venerdì 16 dicembre 2011

34 A Bepi, di Ursula, schiacciato dal peso della vita


34 A Bepi, di Ursula, schiacciato dal peso della vita



Bepi, è volato già un mese da quando ti abbiamo trovato disteso con le braccia spalancate come un povero Cristo con la bottiglia dell’acido muriatico accanto.
A dire il vero la Chiesa non concedeva i funerali in simili casi, almeno per i poveri. Per un rispetto teorico della vita, uno che aveva vissuto da cane ed era morto da cane, doveva anche congedarsi da cane, condannato anche nella memoria collettiva. Ora la cosa è più giusta, perché si deve guardare a quanta disperazione ha quello che taglia il filo dei suoi giorni. E per non andare fuori strada, abbiamo letto, durante la messa, due esperienze tremende: il pezzo di Giacobbe 14, sull’uomo che vive pochi giorni, carico di tormenti, appassisce come un fiore e sfugge come l’ombra. E l’altro del Figlio di Dio che verso le tre, l’ora della tua morte, ha gridato a gran voce: ”Dio mio, perché mi hai abbandonato?” (Mt. 27,46). Tu, sei dunque in buona compagnia e soprattutto in grande compagnia, perché tutti si percorre quel sentiero.
Tutti a questo mondo, si patisce e si hanno momenti di crisi. La tragedia nasce quando non si intravede una via di fuga, come un topolino in trappola. E allora tutto diventa un nemico: Dio, la religione, i familiari, i paesani. E difronte alla disperazione infinita, la strada più corta è quella del suicidio. Magari soffrendo da bestie.
In predica ho spiegato che i romani adoperavano la stessa parola, pietas, per indicare sia Dio che i morti. La pietà è il ricordo, il rispetto, il silenzio, l’adorazione del mistero. Se Dio è il mistero, è mistero anche il cuore dell’uomo. E ci si deve fermare dinnanzi alla porta. Per questo la gente non lo deve nominare invano, ma solo per ricordarlo, pensarlo, adorarlo. Con la testa bassa e la bocca chiusa.
La Bibbia dice, con grande sapienza, che l’uomo deve lasciare i genitori. Nel tuo caso, e non per colpa tua, è successo qualcosa di innaturale. Hai vissuto assieme a tua madre, voi due soli, per troppi anni e soprattutto anni di malattia, quando la convivenza si fa più problematica, in tanto tempo i rapporti s’invertono. Prima si diventa come marito e moglie e poi il figlio fa ciò che sua madre gli aveva fatto quand’era bambino: lavare, nutrire, vestire, vegliare, sopportare. E il figlio diviene madre e la madre diviene figlia. E quando muore la madre, magari a 98 anni, è come morisse un figlio, con tutte le conseguenze del caso. Non si può staccare una vite dal muro, senza strappare un po’ di intonaco.
Tu, sei sempre stato considerato pazzo. Ma nella tua follia non hai commesso danni e le porcate di tanta gente savia. E sei riuscito a essere splendido, anche troppo, con persone che erano considerate per bene e ti sfruttavano. Meglio matti senza colpa che criminali con colpa.
Ho avuto modo di vedere i giovani del paese, portare la bara in spalle. Lo hanno fatto volentieri. Ti abbiamo sepolto accanto a tua madre, come foste stati a casa, letto accanto a letto, fino all’altro giorno. Solo che ora il sonno sarà più lungo, anche se meno doloroso.
Spero che, con tanti fiori che hai regalato nei momenti di euforia, qualche donna si ricordi di portarli, a te e a Ursula, in segno d’affetto.
Il borgo è diventato più silenzioso, con le case che si chiudono. Il gatto viene a mangiare da me e non zoppica come prima. Mi sembra che la ferita alla zampina si è rimarginata. Speriamo che il tempo guarisca anche le ferite delle nostre anime.
Guardo spesso la cartolina di Villacch col tuo “Auf wier-dersehen”. Ti rispondo ogni giorno col nostro: “mandi”: “vivi a lungo”. “vivi in Dio”, “ti raccomando a Dio”.

martedì 6 dicembre 2011

33 Sant’Alessio sotto la scala


33 Sant’Alessio sotto la scala


Un santo simpatico Alessio: giovane, bello, biondo, sorridente, sempre disponibile, pura preghiera, virtù, umiltà, con una luce di cielo negli occhi celesti, e un’aureola in testa, fornitagli da Dio a testimonianza della sua santità. Era ricco di famiglia, ma solo per poter aiutare i poveri e salvare la categoria. Si era anche sposato, ma senza malizia e solo per ubbidienza e per poter essere presentato come esempio di castità.
Così ho imparato a conoscere questo santo venerato in Ordiente, dove aveva vissuto per diciassette anni a Odessa servendo i malati, e in Occidente dove ha vissuto altri diciassette anni a Roma, sconosciuto nel palazzo di suo padre, a servire i suoi servi fra mille umiliazioni e botte. La Chiesa lo ricorda il 17 luglio.
Lo avevano confinato sotto la scala e lì lo hanno rinvenuto morto con il diario della sua storia fra le mani e tutto circondato di luce. Sua madre lo baciava e gli chiedeva perdono per non averlo trattato bene, che se avesse saputo che era sua figlio, potete immaginare se lo avrebbe lasciato in quel canile. Già, si dice sempre così quando oramai è troppo tardi.
Mia nonna Anna di Davai conosceva giusto il succo di questa storia meravigliosa e non la ricordava mai non a causa della sua santità ma dei suoi occhiali. Perché li cercava ovunque e li aveva sul naso, proprio come Sant’Alessio, che lo cercavano ovunque mentre l’avevano sotto gli occhi.
Che bella storia e che grande insegnamento per tutti! Soprattutto oggi che si cercano tesori esotici per mari e monti e più si cercano più si allontanano e più si è inquieti. Perché il tesoro serve, come dice il vangelo “là dove è il tuo tesoro, ci sarà pure il tuo cuore” (Mt. 6,21)
Si cercano filosofie strambe, sensazioni peregrine. Ricette e medicine per il corpo e per l’anima mai conosciute e intanto cresce l’affanno e la delusione e l’anima si avvicina al buio della morte.
Ma Dio, sapiente e furbo, ha voluto castigare i ricchi e i troppo pasciuti, che spendono e spandono credendo che la felicità sia un luogo lontano, e ha avuto pena dei poveri e dei semplici, nascondendo il tesoro in un luogo in cui non servono né denari né mezzi per raggiungerlo: nella profondità del loro cuore. E quando uno va a fondo nel proprio cuore, sotto la scala della sua anima, trova la serenità e la pace, l’armonia delle cose e il segreto dell’esistenza.
La leggenda di Sant’Alessio ci dice anche che il tesoro è rivestito d’umiltà, di cianfrusaglie e di cose che nessuno stima e che tutti irridono. Solo un occhio attento e libero e un’anima umile e non prevenuta può abassarsi a rovistare in quella miseria esteriore che è simile alla conchiglia che contiene una grande perla.
Riusciremo noi friulani, figli di questo tempo di sensazioni continue e superficiali, ad avere la fortuna di cercare il nostro tesoro esistenziale nella lingua, nella filosofia, nella storia grande e piccola quotidiana, nella memoria personale e collettiva, nella terra, nell’umiltà di un piccolo borgo o di una chiesetta, in un vecchio ritratto, o in un baule, nelle persone che abbiamo sotto il nostro tetto, nell’armonia delle stagioni e dei colori dell’anno e della vita? Ci aiuterà la Chiesa, la scuola, il mondo degli intellettuali, a cercare il nostro bene e la nostra luce sotto la nostra scala? O dovremo giungere sempre gridando dinnanzi alla morte, quando ormai è troppo tardi? Oh, Sant’Alessio!

venerdì 2 dicembre 2011

32 Radici aquileiesi


32 Radici aquileiesi

La sagra o perdono dei santi Ermacora e Fortunato, che la liturgia stabilisce essere il dodici di luglio, ci riporta a un problema di fondo non solo religioso ma anche culturale, antropologico e spirituale: il rapporto fra cronaca e storia, fra presente e passato, fra contemporaneità e memoria. Un problema che esiste da sempre, ma che nella nostra epoca involgarita, iconoclastica, materialistica, emotiva e superficiale trova sempre più importanza. Un tempo potevano anche non andare a cercare le proprie radici, perché vivevano in armonia con la storia e il territorio, in un’armonia che, se non era ideale (non esiste un equilibrio ideale di tutte le componenti dell’uomo) e a livello di coscienza, era reale a livello di esperienza.
La rivoluzione, l’accelerazione, la massificazione ha sostituito la realtà la finzione o “fiction”, e tutto è divenuto relativo e artificiale: il mangiare, il bere, il dormire, il piangere, il ridere, il partecipare, gli odori e i colori. Perfino con le piante bisogna stare attenti. Difatti ne trovi di fiorite in ogni stagione e più fuori fa freddo e più in casa è sfacciata la fioritura. Solo che non si tratta di alberi, ma di plastica, realizzata a modo d’albero.
Anche la religione è soggetta alle tentazioni e alle mode dei tempi, e rischia di prendere la scorciatoia criminale della falsificazione, con cere di plastica, con fiori finti, con candele elettriche, con suoni artificiali che strepitano per coprire il silenzio della gente.
Contro questo “disordine della desolazione” che ha appestato famiglie e paesi, case e chiese, devo andare a cercare la fontana dell’acqua genuina che gocciola dalla profondità della nostra terra e l’albero antico che ha radici profonde come i secoli e dure come la nostra storia. Tutto questo si trova in un luogo materiale e spirituale che per noi può essere un luogo ben preciso: Aquilkeia. In Aquileia il popolo friulano ha le sue radici cristiane e friulane. Senza forzature e senza dare all’ affermazione una connotazione nazionalistica o integralista, possiamo sostenere che siamo friulani perché siamo cristiani e siamo cristiani perché siamo friulani.
Se vogliamo dunque salvarci come friulani e come cristiani, ovvero se vogliamo salvare la nostra “anima” come dice il vangelo, dobbiamo compiere un pellegrinaggio che diviene uno stile di vita, una ricerca continua del nostro DNA, per donare al mondo il regalo della nostra specificità.
Si parla tanto di nuova evangelizzazione, perché abbiamo perso la tramontana. Se non vogliamo che tutto diventi una nuova colonizzazione magari con la croce, dobbiamo dare a questa parola e a questo progetto il significato di un voto corale e penitenziale, per chiedere perdono ai nostri santi Fondatori e a tutte le anime buone che hanno concimato con la loro testimonianza generosa e sofferta questa nostra terra, per ristorare la nostra anima arsa alla vecchia fontana, per sederci stanchi e delusi sotto l’ombra del grande albero, per appoggiarci a quel campanile che prolunga le sue fondamenta nella profondità della terra e del tempo e va su con la sua punta nella pienezza e nella libertà del cielo.
E con questa visione di terra e cielo, che sono le coordinate vitali per un uomo e per un popolo, torneremo al nostro vivere di ogni giorno, per scrivere un’altra pagina di storia di vita nel vecchio quaderno del Friuli.

giovedì 24 novembre 2011

31 Seduti a piangere “super flumina Natisonis”


31 Seduti a piangere “super flumina Natisonis”


Avete presente il salmo 137 (138). Quello delle scodelle appese sui salici del fiume di Babilonia e dei deportati che rispondono piangendo alle pretese prepotenti degli ignoranti: “Ma come cantare le cantiche di Jahvè in una terra forestiera?”. Perché canto terra e memoria sono un unico e non si può compiere il sacrilegio di staccarli.
È ciò che mi è venuto in mente leggendo la locandina del Centro diocesano della Pastorale Giovanile, che invita i giovani a salire su “l’arca di Hassan” (che non ho compreso cosa sia) “dalla conflittualità alla convivialità”. Qui c’è miseria di tutto fuorchè di slogans e di enigmistica.
La scheda parla dei pericoli di un estremismo raziale ed etnico. Nessuna paura. A San Giovanni al Natisone, per tre giorni, si parlerà di tutto fuorchè del Friuli, con le sue componenti etniche e culturali friulane e slovene. Dunque stiamo volando verso la luna. Inoltre si dice che stiamo perdendo il senso della memoria e si propone una terapia sbagliata. Se dovessi estrapolare, dal programma, le mie impressioni, direi che gli organizzatori,e dunque i nostri luminari pastorali, i “top”, sono provinciali e privi di cultura, intesa nel senso più profondo delle radici che ti permettono di vivere e di crescere.
Che siano provinciali lo dimostra il fatto che non hanno trovato una sola persona, cristiana o no, che portasse l’esperienza della nostra terra e della nostra storia. Proprio come la serva che indossa molti abiti forestieri per cui tutti si accorgono che è serva.
Che manchino di cultura lo dimostra il fatto, scandaloso, che non abbiano scovato una liturgia, una salmodia, una tradizione musicale e di preghiera in un patrimonio unico come quello aquileiese. In barba a un libro diocesano appena stampato e già relegato in un angolo e di una Bibbia costata anni di difficoltà e snobbata dalle centrali diocesane. Difatti la preghiera è nello stile di Taizè, con tanto di prove, e la serata musicale non la tengono su Gilberto Pressacco o Zanetti o le centinaia di cantori friulani e sloveni della nostra terra ma Eddie Hawkins e la sua band.
Ritorna, a rovescio, il salmo dell’umiliazione di Babilonia: ”Come cantare i nostri canti in casa nostra?” Scherziamo?
Stando agli organizzatori oramai il meeting si è allargato. Provengono dunque dall’Italia, dalla Lituania, dall’Ungheria e dalla Polonia. Una sensibilità intelligente avrebbe suggerito di offrire all’ospite la cosa più cara e rara che abbiamo, le nostre perle. Per il valore culturale straordinario e per il fatto che Aquileia è stata europea prima di Udine e di San Giovanni. Termino queste note con grande amarezza. A quelli di Udine direi che non si deve confondere la diversità di idee con la mancanza di idee e che non si salvano i giovani col sottosviluppo culturale. È anche un’esempio negativo per la nostra gioventù, che tutti sappiamo sradicata e disancorata. Ma se i big hanno questa sensibilità, posso lamentarmi dei miei giovani? E posso invogliarli a vivere la liturgia nell’essenzialità della nostra tradizione, nelle nostre povere chiese, se quelli che sono a capo sono i primi a sbefeggiarla?
Spero dunque che la mia gioventù preferisca andare a sagra in qualche paese, con salsiccia e batteria. Almeno sanno di non aver compiuto una grande impresa e non si illudono di prendere l’indulgenza, come a San Giuovanni.
Per quanto mi riguarda, non mi sento di onorare una Chiesa che non onora la mia terra e la mia storia.

giovedì 17 novembre 2011

30 A un pievano squinternato


30 A un pievano squinternato


Come per la maggioranza dei preti, il 29 giugno mi riporta al duomo di Udine, dove 29 anni fa sono stato consacrato. Quanto tempo è trascorso e che rivoluzione da allora!
Non è che mi sia pentito di quella scelta, ma ho avuto molta delusione là dove avevo riposto la mia sperenza e tante soddisfazioni là dove non m’illudevo di trovare nulla. In quel giorno ho offerto al Signore la poesia ingenua della mia gioventù. Accetti ora, con lo stesso cuore, la prosa della maturità, meno esaltante ma più vera anche se con una punta di amaro.
La maggioranza dei preti, tutti entusiasti e intenti a programmare la nuova evangelizzazione in vista del 2000, non se la prenderanno se per una volta dedico queste mie povere note a un prete squinternato, deluso, disorientato, disperato, abbandonato dal vescovo e da gente che dubita che anche il Signore l’abbia cancellato dal suo libro. Ce ne sarà uno, in tutta la diocesi!
So che la gerarchia ha il terrore che si parli di questo argomento. Difatti una velina del consiglio presbiteriale diceva che non si deve usare la parola “disagio” ma “malessere”. Il “disagio” lascia sospettare una crisi seria e profonda, obbiettiva, mentre il “malessere” ti fa pensare a un senso di “vaga sofferenza”che dipende dal prete e da cui se ne può uscire pregando maggioremente e frequentando più spesso la forania.
Ma quell’ amico, di cui parlo, la pensa in maniera diversa ed è convinto che il male è a monte. È andato in crisi perché è in crisi tutta la baracca. Difficile dargli torto.
Se al mercato di Codroipo tutti saltano la tua bancarella, e vanno ad acquistare da altre parti, non puoi ascigartela pensando che siano tutti stupidi e solo tu svelto. Non si può sempre pensare che le persone siano stupide, ignoranti, egoiste, carogne, in torto e che solo noi siamo sempre svelti e in ragione. Per dirla tutta non è il mondo in crisi ma è la Chiesa che ha perso in splendore e in trasparenza e la gente stenta a vedere il volto di Cristo, il riflesso di Dio e il riflesso dell’uomo.
Al prete col cuore gonfio suggerirei di salvarsi abbandonandosi nelle braccia del Dio che perdona ma anche riprendendo, per il tempo che gli rimane, un’umanità perduta o combattuta per troppi anni. Faccia il prete a modo suo, per dare il meglio di sé. Poi gli direi: “Non fare mai guerre di religione, perché sono le più crudeli e stupide. I principi sono buoni ma le persone sono più importanti. Non litigare con la gente della tua parrocchia a causa del vescovo. La gente è carne della tua carne e il tuo sangue. Non aspettarti umanità dalle istituzioni. Il comune non può essere umano; di grazia che sia umano il sindaco. Se non riesci a leggere le circolari ecclesiastiche con serenità o ironia, cestinale.
Accetta le persone e loro ti accetteranno; accettati e accetterai anche la gente. Tu guardi il paese dalla chiesa e la popolazione guarda la chiesa restando nel paese. È tutta un’altra prospettiva. Così la maniera di pesare i fatti e la vita. Non arrabbiarti se la domenica la gente non si alza compatta per recarsi a messa. Loro non si adirano il lunedì, quando vanno al lavoro e tu rimani nel letto. Non parlare col gatto e col Signore più che con i paesani e piuttosto di rimanere solo in chiesa con la tua ragione siediti fuori con la massa dei poveri e dei falliti. Perché la corriera che passa a raccogliere i falliti per condurli nel Regno attraversa la piazza e anche l’Autista nella sua vita ha subito il fallimento.
Il progetto di Dio è più grande e misterioso di quello della Chiesa e dinnanzi a lui le nostre vittorie valgono quanto i nostri fallimenti. Niente. Quando ti senti abbandonato, pensa ai tanti genitori che raccolgono quanto te ma che hanno dato molto di più”.

giovedì 10 novembre 2011

29 Il regalo della gatta


29 Il regalo della gatta

Da molti anni ho il vizio di utilizzare le ore silenziose della prima notte per leggere, buttare giù qualche idea, fare un po’ di bilancio sulla mia misera vita e su quella non sempre esaltante del mondo e di pensiero in pensiero il tempo vola via. Nessuna meraviglia che all’alba tenda a rimanere nella cuccia. Ma ho rimediato bene con una sveglia che mi entra nel cervello fino a che non do segno di vita. Per svegliarmi più velocemente, balzo giù dal letto. Cosa che ho fatto anche l’altro ieri. E si è sentita per tutta la casa un grande urlo, perché, mettendo il piede sul tappeto, ho trovato la sorpresa, fresca di giornata.
La Grigia che aveva navigato tutta la madre notte in giro per i segreti della mia canonica secolare, aveva trovato fortuna e aveva voluto spartire con me il suo tesoro. Anzi, aveva voluto donarmelo, a me che non mi risparmio in niente per far felice, lei e le altre bestioline del mio harem.
Così per la fretta e per il sonno, ho messo il piede proprio sul topolino, mentre la Grigia mi guardava con gli occhi lucenti.
La mia prima reazione è stata quella di adirarmi, come se mi avesse fatto un dispetto. Perché se la gatta non può ricambiare il mio affetto con una cosa di mio gradimento, come un libro, o un fiore, almeno non mi porti vicino cose che mi fanno ribrezzo.
Ma la gatta mi guardava con tanto orgoglio che non potevo sospettare una sua cattiveria nei miei confronti. Anzi lei, poverina, ha voluto privarsi di una cosa per cui le piangeva il cuore, pur di rendermi contento. Non sempre si può regalare ciò che vorrebbe l’altro e, nell’accettare un regalo, si deve pensare anche al valore e al peso che rappresentano per chi lo fa.
A proposito, cosa porta vicino un figlio a una madre? Forse vorrebbe colmarla di mille attenzioni e regali, ma spesso la realtà è più scalognata. Difatti solitamente il figlio ritorna vicino con i panni sporchi, da rammendare, con qualche nota da scuola o fuori, con qualche sbucciatura sulle ginocchia se è piccolo e con qualche ferita nel cuore se è grande. La madre avrebbe tutto il diritto d’attendersi un regalo più bello, ma per il grande affetto che la natura le ha fornito, sente già come un dono il fratto che sia ritornato da lei a piangere sul suo grembo o appoggiato alla sua spalla. Peraltro, può un figlio regalare qualcosa a colei che le ha donato il più grande fra i regali, la virta e l’affetto?
Stesso discorso, ma più elevato, vale per il Signore, dato che siamo nel mese del Cuore di Gesù.
Cosa può donare un povero verme della terra a colui che possiede la ricchezza, la profondità, l’altezza, la pienezza?
Per un periodo di tempo nella Chiesa è stata di moda l’usanza di confortare il Cuore di Cristo. Mi è sempre sembrata una stupidaggine o una bestemmia. Posso io confortare il Conforto? Rendere contenta la Contentezza? Glorificare la Gloria? Sarebbe come pretendere di scaldare il sole. Se mai è lui che scalda noi.
“Regalami il tuo topolino, che ho sufficiente pazienza”, dice il pievano di Basagliapenta alla sua gatta pazzerella.
Regalami i tuoi fastidi e le tue lacrime, che ho sufficiente amore e cuore” dice la madre al figlio mortificato.
“Regalami i tuoi peccati e i tuoi fallimenti, che il mio non è perdono e pace” dice il Signore all’uomo disperato.
Tre gradi di affetto, tre scalini, uno più alto dell’altro, e l’ultimo è così alto che è avvolto di tenebre e di mistero.

martedì 8 novembre 2011

28 Il santo degli strambi


28 Il santo degli strambi

Potevo mai dimenticare san Giovanni Battista, per gli amici “san Tite”? La sua festa,ricorre giusto sei mesi prima del Natale. È legata da sempre al solestizio d’estate, con i fuochi, col mac e le cidulis. Per non parlare delle “luci di San Giovanni”. A Venzone abbiamo una chiesa, spettacolare anche se diroccata a causa del terremoto, in cui ha predicato anche Martin Lutero. È il titolare della comunità di Trelli, dove ho esercitato da prete e maestro, e mi hanno regalato la sua statua per ricordo. E soprattutto è il più grande fra tutti i nati da donna (Mt. 11,11).
Un dirigente catechista diocesano, predicando su san Giovanni, lo ha definito “un santo equilibrato”. È evidente che è squilibrato l’oratore, perché se esiste un santo strampallato, è proprio lui. Nato da genitori già anziani, ha fatto penare tutti già prima di nascere e appena nato, col padre trasformato in cantautore del “Benedictus”. È cresciuto in maniera selvatica, al di fuori del consorzio umano, con una fascia di peli di cammello a fasciragli le reni e un mangiare intonato allo stile del soggetto: miele selvatico e cavallette. Quando ha iniziato a predicare, invece di scegliere un luogo frequentato, come una città o un tempio, ha preferito un luogo solitario, come sarebbe un bosco su in Carnia, a uso un menaàu. E difatti a quei pochi che lo avvicinavano, parlava di mannaie e di ceppi.
Col trascorre degli anni, non è cambiato. Ha taciuto solo quando una giovane ballerina, con le sue grazie, si è fatta promettere da Erode la sua testa su un piatto. Eppure era un profeta, anche più grande di un profeta: il messo e precursore del Figlio di Dio.
Anche Cristo era strambo. Difatti attaccava il tempio, difendeva l’uomo a scapito della legge, affrontava i grandi, i preti, definiva fortunati i poveri, gli afflitti, i puri di cuore, i misericordiosi, quelli che operavano per la pace e le vittime di ogni prepotenza. Inoltre sosteneva che non si può servire Dio e il denaro e che gli ultimi erano i primi e che i primi erano ultimi.
Cristo, il suo precursore e i suoi discepoli non possono fare cordata. Perché sono strambi, sballati, radicali e pericolosi. Un pericolo costante perché portano l’”ordine” di Dio, che rappresenta il disordine per gli uomini, a scapito dell’”ordine” degli uomini, che coincide col disordine per Dio.
Perché la religione cristiana, da secoli (diciamo dal 313, con l’editto di Costantino che l’ha proclamata religione di stato), non è più considerata un pericolo mortale per l’”ordine” dei potenti? Perché la Chiesa ha trovato nel mondo più ordine di quanto ne avrebbe avuto. Addirittura l’ha aiutata a sistemare la mano al braccio secolare per difendere un ordine che non poteva essere quello di Giovanni e di Cristo. È riuscita a trovare (Dio li perdoni!) lo stesso criterio di ordine e di disordine, cacciando o confinando gli strambi, secondo il mondo ( Hus, Lutero, Bonaiuti, don Milani, pre Checco, Boff), invece di onorarli e cacciare quelli che erano in fila con i potenti. La Chiesa è disordine e dinamite o non vale nulla. Vi immaginate San Giovanni in cravatta nel più lussuoso ristorante di Udine a profetare fra un bicchiere di vino e l’altro?
Un giorno mi sono ritrovato in curia, per non fare il viaggio inutilmente ho litigato con il cancelliere Pecile. Mi ha detto:”Tu hai l’equilibrio instabile”. “Può darsi – ho risposto – Però è sempre preferibile a “uno squilibrio stabile”. La Chiesa, per essere sempre equilibrata con gli uomini, rischia d’essere sempre squilibrata con Dio. Per me, mi accontenterei di non assomigliare a San Giovanni solo nella stramberia ma anche nella santità. Soprattutto d’essere come lui, “testimone della luce” (Gv 1,8)