mercoledì 15 febbraio 2012

07 Quella locanda eternamente chiusa


 07 Quella locanda eternamente chiusa

“Signor prete- mi ha detto un uomo - sarebbe questo il Natale? Un vecchio vestito da pagliaccio, un panettone a forma di campana, pupazzi di cioccolata, capanne con dentro un regalo, robe matte per gente matta. Il papa dovrebbe scomunicare tutti quelli che fanno Natale”. “Non sarebbe una brutta idea - gli ho risposto -. Ma forse non si sentirà libero di farlo neanche lui, dato che ha chiamato a cantare in Vaticano i Pooh. E pensare che ogni sedia costava un milione nelle fila davanti e duecentomila in quelle dietro”. Si sa che i soldi raccolti servono per costruire chiese nuove, e dunque a fin di bene. La tragedia di tutti i cristiani, dal papa in giù, è che ci siamo ridotti a fare anche il male a fin di bene e questo ci impedisce di convertirci. Se facessimo il male con serietà, a fin di male, prima o dopo ci vergogneremmo e cambieremmo vita.
Ci vergogneremmo, per esempio, di avere fatto diventare una festa banale e sdolcinata quella che è in realtà una tragedia. Difatti il bambino che nasce a Betlemme è  lo stesso che da adulto dovrà salire il Calvari con la croce. E come è  stato rifiutato nel nascere, così sarà cacciato fuori città nel morire. Natale non è una festa per conto suo, per farci piagnucolare, ma è collegata alla Pasqua, per farci morire alla cattiveria e risorgere a vita nuova.
Il mistero dal Natale sta in questa contrapposizione fra luce e buio, così ben descritta nel vangelo di Giovanni (1,1-18). E lo specchio è  quel bambino che non trova aperta nessuna porta, perché , come narra Luca, “Nella locanda non c'era posto per loro” (2,7). Fino a che la locanda è chiusa, Cristo non nasce e non inizia la redenzione.
Fino a che non si apre la locanda del mondo e della Chiesa, Cristo non nasce; e lasciando fuori il Signore stanno peggio quelli dentro. E questa è la vera scomunica: restare senza Signore, senza luce e senza perdono.
Ci sono locande chiuse in Friuli, tanto per rimanere nella nostra realtà?
Basterebbe pensare alle persone escluse, dimenticate, tradite, bandite. Basterebbe pensare al nostro popolo friulano, che non ha mai una porta aperta quando deve avere e deve sempre spalancarla quando deve dare. Proviamo ad andare col cuore ai paesi e ai borghi abbandonati, che da secoli hanno dato cultura, economia e sangue e adesso stanno morendo perché  “costa troppo mantenerli”, loro che hanno sempre mantenuto la loro gente e gli stranieri.
L’anima del nostro popolo, che si esprime nella lingua e nella cultura, e trova chiusa la porta delle scuole, delle televisioni, dei giornali, degli uffici, della chiesa. Anche il duomo è  chiuso in questa giornata e sempre, nonostante si chieda al vescovo di aprirla. E già che siamo in discorso, non è un scandalo che a Udine dicano 130 messe ogni domenica e che tante chiesette non abbiano un po' di liturgia nemmeno a Natale?
Per non parlare del resto, che ci stanno rapinando e ricattando da ogni parte, perché siamo diventati un peso. I poveri pesano sempre, anche quando  sono come sardine.
“Mandate, o cieli, la vostra rugiada e voi, o nubi lasciate piovere la giustizia! Che si apra la terra e fiorisca la salvezza” grida Isaia, il grande cantore (45,8).
Natale è  uno spalancarsi di cuori e di porte, un aprirsi della terra, una esplosione di vita. Mi pare di udire come un sussurro... No, sono quei “mostri” di bambini, che sparano petardi.
Buon Natale anche a loro, che dovranno affrontare i colpi ben più tremendi che la vita sta loro preparando.

mercoledì 8 febbraio 2012

06 Centocinquantatre pesci




06 Centocinquantatre pesci

Il vangelo ci narra che Cristo si è palesato per la terza volta ai suoi discepoli sul mare di Tiberiade e ha fatto il regalo di una pesca straordinaria, addirittura da strappare le reti. Questo dopo una notte intera di inutile fatica. I pesci erano talmente tanti che i discepoli, nonostante tutta la loro stanchezza, non hanno resistito alla tentazione di contarli.  Ce n'erano cento e cinquantatre (Gn 21,11).
Io non ero presente. devo pertanto accettare la parola di Dio e partire da li per cercare il significato profondo. Gli esperti della fauna locale dicono che il mare di Tiberiade possiede parecchi pesci e di tante qualità. Sapete quante? Cento e cinquantatre. Questo per dire che i discepoli sono riusciti a prendere tutte le qualità di pesci. Come dire tutti i pesci.
Nella Svizzera romanza, a Zillis, c'è una bella chiesa romanica dell' XI secolo che tutti vanno a visitare per via del soffitto, diviso in ... cento e cinquantatre tasselli, con le storie della salvezza. E' diviso in nove righe di diciassette tasselli. Il nove e il diciassette sono numeri “perfetti”, cioè a dire che danno l'idea della totalità. Difatti il diciassette è  numero primo e il nove è formato da tre per tre.
Non sto dando i numeri. Sto cercando il significato. Che è  straordinario: Cristo ci salva tutti e nessuno è tanto cattivo da non potere esser preso dalla sua rete
Questa idea così “pasquale” l' avevamo ben presente anche in Aquileia, anche per via della radice alessandrina della nostra chiesa madre. Tanto chiara che, sul pavimento, hanno raffigurato i pescatori che pescano pesci differenti per forme e per profondità.
Come mai abbiamo perduto questa verità di fondo della Bibbia e della chiesa? Come mai ci permettiamo, noi poveri vermi, di dettare le condizioni per entrare nella rete di Cristo?
Anche io, a mio modo pescatore di uomini, provo a guardare nella rete del mio paese e del mondo. Dei pesci che mi capitano sotto mano dovrei scartare tutti quelli che non sono cattolici. Poi tutti quelli che non sono in regola con la dottrina sociale e politica della Chiesa, come i non democristiani e i democristiani contrari a Buttiglione. Poi dovrei scartare quelli che non vengono a messa ogni domenica, che non si confessano, che non sono a posto con la morale cattolica, i mal sposati, i bestemmiatori, gli imbroglioni, i bugiardi, gli egoisti, i fannulloni. Insomma resteremmo, a occhio, io e il sacrestano. E chi ha detto che io e il sacrestano siamo i migliori dal paese? Solo perché andiamo di più di tutti a messa?
A questo punto rimane solo da buttare via anche la rete e cambiare mestiere. Oppure tornare alla teologia consolante della nostra Aquileia, della rete che prende tutti i pesci.
Con questo non voglio dire che non esiste il male e che fare il male o il ben è  uguale. Dico che la rete della misericordia di Dio è tanto grande che prende dentro tutti gli uomini e tutta la storia. E che la Chiesa Cattolica, che deve essere salvata anche lei a ogni livello, non ha nessun titolo e diritto per scegliere i pesci da tenere e quelli da scartare. Questo lo faranno gli angeli di Dio, alla fine della storia (Mt 13,49).
Accettiamo la convivenza del mysterium iniquitatis e del mysterium salutis. E Lasciamo che Dio faccia ciò che è di  sua competenza ed esclusivamente  sua: creare, salvare, perdonare, ricreare. Lasciamo prendere i topolini ai gatti. A Valle c'era un vecchio che, quando un giovane gli faceva obbiezioni, rispondeva: “Non insegnare a babbo come baciare mamma!”. Accontentiamoci di fare bene la nostra parte di creature e che lui continui a fare quel mestiere di creatore e di Redentore che fa da sempre e per sempre.

mercoledì 1 febbraio 2012

05 Capire la morte per capire la vita

05 Capire la morte per capire la vita

Giornate di malinconia, di ricordi e forse di rimorsi quelle che ci aspettano. sono le giornate dei santi e dei morti, dei morti che sono i nostri santi. Una occasione straordinaria per guardare in faccia la realtà, per relativizzare tante cose che ci sembrano importanti e invece sono stupide e banali, per meditare sul valore del tempo che un ladro impietoso ci ruba giorno per giorno, ora per ora, momento per momento.  Questa scuola di vita ha come cattedra la sapienza e come banchi le sepolture della nostra gente passata dalla bugia alla verità, dalla precarietà alla stabilità, dalla tenda provvisoria alla casa eterna, dalla luce contornata di buio della nostra esistenza allo scuro accecante di Dio e illuminato a giorno dal grande dono della fede.
In questi giorni il mio pensiero affettuoso e riconoscente vola nei cimiteri dove, come prete, ho messo a dormire nella culla della terra tanta gente di ogni età e condizione: dal cimitero di Basagliapenta a quello di Valle e Rivalpo e Trelli per finire in quello di Venzone, dove ho le mie radici.
Ma la malinconia aumenta pensando al cambiamento che è  stato operato anche in Friuli perfino nei cimiteri, trasformati in luoghi di sfide a chi possiede più cattivo gusto e meno dignità. Proprio così. Abbiamo perduto il senso della morte e di conseguenza anche quello della vita.
Se il luogo della verità è  diventato una commedia, quanto sarà grande la commedia nella sceneggiata del mondo?
Benedette le povere sepolture che mia madre, ricca solo di fede, forniva di muschio e di sassolini a forma di croce e con un mazzo di crisantemi d' orto e un lumino di pochi centesimi! Ma si sapeva che era una giornata speciale perché il mucchietto di terra era addobbato come a festa. Ma se la luce è accesa per tutto l’anno e il mazzo dei fiori  non conosce né siccità né pioggia perché  sono finte, che senso ha celebrare la giornata dei morti?
I nostri morti ci hanno lasciato cose vere, tangibili : campi, case, cultura, valori, soldi veri. Possiamo portare loro un mazzo di fiori finti e guardarli in faccia?
Iniziamo, per l' amor di Dio, a diventare seri almeno nell' unico posto dove la verità e la serietà dovrebbe regnare da padrone. Iniziamo a capire il valore del tempo, della vita, del cielo, della terra, delle stagioni, degli affetti, del lavoro, dell' amicizia, del paese, della libertà, della profondità. Impariamo la scuola della vita sui banchi della morte.
Un regalo lo chiederei ai nostri morti. Sopra il lumino che gli accendiamo sulla sepoltura, di non lasciarci mai senza il lumicino della fede e della speranza. Sopra i fiori che gli mettiamo, di non lasciarci mai senza i fiori della virtù e il profumo delle buone qualità. Sopra alle visite che gli facciamo, di farci tornare a casa più ricchi di cervello, più attaccati alla vita, più impegnati nella storia piccola e grande.
E chiederei, a loro che vivono in Dio, di non lasciarci cadere morti prima dell’ora. C'è gente che trascorre più tempo con i suoi morti che non con i vivi del paese e che  parla più con la gente nell'al di là che non con quella nell'al di qua. Conosco persone che escono di casa solo per andare li dentro. Non è giusto ne serio riempire di vita il cimitero e trasformare paesi, borghi e cortili in cimiteri.
I morti sono la nostra arca di santità, il nostro capitale di storia e di sapienza, il nostro tesoro di esperienza e di cultura, le nostre radici nascoste sotto terra. Non si onora un tesoro dimenticandolo o svendendolo. Non si onora la radice lasciando seccare l’albero.

mercoledì 25 gennaio 2012

04 Benefattori culturali

04 Benefattori culturali

Dei tanti insegnamenti dei miei maestri spirituali, due cose mi sono rimaste sufficientemente impresse: che nella lode a Cristo nella messa è presente la creazione nella sua totalità e che non si deve dimenticare quelli che ci hanno fatto del bene. Perciò nella messa sento vicino di me tutta l'infinita processione della storia e raccomando al Signore i miei benefattori.
Inizio con quelle che sono state le radici della mia vita fisica e dunque i miei di casa e quel popolo friulano di cui sono figlio e che devo onorare se voglio avere vita lunga. Sono figlio della mia storia che sempre mi accompagna. Prego anche per quelli che sono stati le radici della mia vita spirituale con la loro fede, i santi, col nome sul calendario o no.
Ma c'è una terza categoria di gente che porto sull' altare: quelli che sono stati le radici della cultura, non solo friulana ma della grande famiglia degli uomini.
Così ho detto messa per Mozart, che mi consola con la sua musica divina, e anche per Bach, rivoletto limpido di armonia e di pace. Non dimentico Tomadini e Candotti, grandi e soprattutto nostri. Ma posso dimenticarmi del Leopardi che, in grazia della sua vita sfortunata, il mondo intero è diventato più ricco?
Per i matematici e per gli scienziati non prego perché non ho mai capito e potuto godere della loro fatica. Stesso discorso per i filosofi, troppo confusionari nelle idee e ingarbugliati nel spiegarle. Dio è verità ma soprattutto semplicità. Del tutto diverso il discorso per i miei idoli letterari, da Dostoevskij e della grande famiglia russa in poi. Prego spesso per Oscar Wilde, che ci ha fatto toccare il cielo con le fiabe e l’inferno col “De profundis” e la sua vita immorale che non gli ha proibito di essere maestro di alta moralità. Come il grande Joseph Roth, morto ubriaco a Parigi e che ogni sua pagina e parola trasuda la poesia e la malinconia della civiltà nel cuore dell' Europa e della tradizione degli ebrei d’oriente. Il suo “Jop” non sfigura accanto all' originale biblico.
Un debito grande lo sento anche nei confronti di Totò e, mentre prego per lui, mi chiedo come fanno a resistere gli angeli e i santi ogni volta che apre la bocca nel coro dei beati.
Quando prendiamo in mano un’opera di un artista, non pensiamo a chi l' ha realizzata, a quanto ha patito per realizzarla, alle traversie della sua vita, dal momento che gli artisti hanno combattuto come noi, con in più l' estrema sensibilità e la normale incomprensione. L’eredità culturale, che nutre l’anima e dura nel tempo, non costa meno di quella materiale che noi solitamente sentiamo come un bene. Se uno mi fa pregare per suo nonno che gli ha lasciato un campo, loro ci hanno lasciato tanto di più, opere vive, alla gente che nemmeno conoscevano. Bisogna ringraziarli e pregare per loro.
Perciò mi sento contento quando sull' altare dico al Signore: “vedi di quell'artista che mi ha consolato con la sua musica, e di quell'autore che mi aiuta a vivere anche dopo morto, e di Totò, che ieri sera mi ha fatta passare la malinconia e mi ha fatto piangere dal ridere”.
Penso che Dio permetta che venga in questo mondo tanta gente solo a fare danno. Allora si pente e ci manda anche le stelle, per illuminare il buio della storia. I santi e gli artisti sono il nostro firmamento e dobbiamo lodare Dio che ce li ha mandati e anche loro, che hanno saputo illuminare la nostra vita magari con la loro anima nell'ombra.

mercoledì 18 gennaio 2012

03 Avvocati dell' uomo






03 Avvocati dell' uomo



Le mie riflessioni, madri, sulla prepotenza di tanti preti hanno avuto due reazioni: ci sono stati quelli che mi hanno detto che lavoravo di fantasia e quelli che mi chiedevano come dovrebbe essere il prete. Alla prima questione mi è purtroppo facile rispondere: magari si trattasse di follie del prete matto di Basagliapenta! La seconde è più difficile, per il fatto che io non sono un esperto e che ogni persona, compreso il prete, ha un suo modo di vedere e di rapportarsi alla realtà.
Preferisco andare a interpellare la Bibbia, che mi ha accompagnato per tanti anni giorno e notte e contagiato.
Nel libro Santo, nel Pentateuco, ho trovato due pagine che mi hanno sbalordito. Presentano Dio cattivo e l’uomo buono; Jahvè indiavolato all’ultimo stadio e l’uomo che cerca di zittirlo e di farlo ragionare. Tutto il contrario di ciò che ci dovremmo aspettare.
Il primo fatto è riportato nel capitolo 18 della Genesi, dove Dio vuole punire i depravati di Sodoma e Gomorra e Abramo tratta con Lui come ogni buon sensale fa sul mercato. Per “non buttare via il giusto insieme col peccatore”, roba indegna di Lui, Dio pone come condizione di trovare almeno cinquanta giusti. Abramo e Dio sparavano numeri come due giocatori di morra e alla fine la vince Dio. Ma Abramo ha fatto la parte che gli competeva: difendere l’uomo.
Meno drammatico come forma ma non come contenuto è il caso riportato nel capitolo 32 dell’ Esodo, dove Dio, vedendo dall' alto del Sinai che laggiù a basso la gente sta saltando come una matta attorno a un vitello d’oro, dice a Mosè che è giunta l’ora di farli sparire. E Mosè ce la mette tutta per tranquillizzarlo e per non farsi ridere dal mondo. Fino a che riesce nell' intento di salvare il suo popolo caprone.
Questo è il compito del prete e del cristiano: di ricordare a Dio la nostra miseria. Non tanto per fare diventare buono Dio, che è già buono, ma per essere solidale con i suoi fratelli e ricordarsi e ricordare che la religione è soprattutto perdono e salvezza, prima che teologia e astrazione. Il posto dal prete è dunque quello di avvocato dell' uomo, che ha bisogno, più che avvocato di Dio, che non ne ha bisogno. e si farebbe ridere.
Abbiamo dimenticato che il “Parce, Domine”, prima che preghiera della gente peccatrice, è preghiera dei preti che piangono per la loro gente “fra l' entrata e l’altare”, come diceva il profeta Gioele (2,17)?.
Certi preti sono di “tradizione apostolica” perché , come Giacomo e Giovanni, vorrebbero solo vedere piovere giù dal cielo fuoco e fiamme sui samaritani di oggi. “Ma Gesù li sgrida” dice il vangelo (Lc 9,53-55), lui che, “nei giorni della sua vita su questa terra, ha offerto preghiere e suppliche con grandi grida e lacrime” (Eb 5,7-10).
Nella mia vita ho conosciuto preti che, dopo avere spaventato la povera gente, sono morti pieni di spavento perché che si rendevano conto per la prima volte di essere anche loro dalla parte degli imputati. Uno ha avuto il fegato di dire in predica il giorno delle ceneri: “Dio voglia che quelli che non sono qui stanotte a prendere la cenere, entro un anno vadano in cenere!”. per combinazione o destino, un mese dopo è morto lui, di incidente. Ero prete di nido.
Invece un altro diceva: “Signore, se li sopporto io da quaranta anni, non devi avere remissione con loro anche tu, che sei eterna pazienza e buon cuore?”. Quello sì che avrei voluto averlo per prete. Difatti, quando è morto, le donne piangevano, gli uomini a sgnarufavin e anche li ragazzi avevano il pavêr del naso bagnato di lacrime.


mercoledì 11 gennaio 2012

02 Ai miei bambini di prima comunione


02 Ai miei bambini di prima comunione


Sapendo che la presenza del Signore nel pane e nel vino che abbiamo consacrati è un mistero della fede, anche per il prete, preferisco lasciare stare ogni tentativo di spiegazione per soffermarmi sul concetto di comunione, che è quello di fondamento.
Siete troppo piccoli per capire cose che neanche noi grandi capiamo, e soprattutto non viviamo, ma anche il Signore, sebbene che gli apostoli non capivano, ha parlato loro lo stesso dei misteri del regno. E una madre quanto parla al bambino che ha nel braccio, che la guarda con gli occhi lustri di contentezza e col greppo? Chissà che il Signore, un altro giorno, insieme ai fastidi della vita, non porti a livello di coscienza ciò che il padre e la madre e il prete vi hanno detto negli anni beati dell'incoscienza? Per questo vi parlo della comunione. Che non è legata alla particola ma alla vita.
Quanta poesia con la prima comunione ma anche quanta FALSITÀ! E' la comunione col Signore nel sacramento ma non è la prima comunione con lui. Quella è iniziata nel momento che vi ha pensati, praticamente da sempre, e si perfezionerà nella comunione dell' eternità, per sempre. E in questo grande arco di comunione lassù si inserisce il vostro piccolo pezzo di tempo in questo mondo. Che è possibile solo nella comunione.
Difatti non saremmo arrivati qua giù se il papà e la mamma non avessero fatto comunione di amore e di vita. La vita richiede comunione anche per proseguire. Comunione col cielo, con la terra, col vento, con le stagioni, con le persone. Anche il vostro corpo è una comunione ininterrotta delle cellule e delle parti fra di loro. E fin che tutto è in comunione e in armonia siete sani ma quando si rompe l' armonia iniziano i fastidi. Se poi il vostro corpo è anche in armonia con la vostra anima, siete sani e contenti, per cui senza questa armonia rischiate di cadere nella disperazione più profonda.
Posta così la cosa, non posso che augurarvi di vivere in comunione per essere vivi. Comunione con la famiglia ma anche col paese, iniziando dai vicini di casa. comunione con i compagni di scuola ma anche con tutte le età della vita, per avere una visione completa della realtà, per dare e prendere, per diventare più ricchi e fare più ricchi gli altri. E in questa comunione metterei anche i vecchi e i malati. Non solo per un atto di carità e perché potreste trovarvi anche voi così, ma perché l' anziano e il malato, nella loro povertà, sono gli unici che possono farvi il regalo prezioso della sapienza e trasfondervi un pezzo della loro anima.
Vi raccomando di non fare comunione solo con la televisione o col computer, che è una FALSA comunione, ma anche con un libro e con la vostra storia. Apritevi al mondo intero, ma senza rompere la comunione con la vostra terra, cultura e lingua. Solo se affonderete le vostre radici potrete espandervi come un grande albero. Nella vita, non aprite solo la porta dal frigo o della discoteca o dell' automobile, ma anche quella dell' ospedale, del cimitero e quella della chiesa, dove il Signore vi regala il pane del suo amore e la luce della sua parola.
Ho posto per ultima la comunione in chiesa non perché viene dopo di tutte ma perché è il coronamento di tutte e la chiave per entrare nella vita.
Anime benedette, il viaggio che affronterete non è facile, esposti come siete. Vi auguriamo la fortuna di vivere in armonia con la vostra anima, col mondo e con Dio. Vi accompagneremo coll' affetto e con la preghiera. Cercheremo di aiutarvi col nostro esempio. Più che una buona prima comunione, vi auguriamo una comunione lunga come la vita.

mercoledì 4 gennaio 2012

01 A un prete prepotente


01 A un prete prepotente



Ho sentito gente del tuo paese bestemmiare mentre tu passavi. Un prete che fa bestemmiare la religione...Dio, che danno e che tragedia! Noi, che siamo messi perché gli uomini, vedendo le nostre opere buone, glorifichino il padre che è nei cieli (Mt 5,16)!
Persone che ritengo libere e cristiane mi hanno detto che sei prepotente e che tu credi di avere la delega dal padre eterno e che hanno più paura di te che non di Lui. E il più anziano, che è il più fedele, mi ha detto con le lacrime che sarebbe molto meglio restare senza prete.
Forse sei prepotente perché ti senti nel' ordine, nella ortodossia, nella schiera ridotta dei giusti. Io, che sono ai margini dell'ordine, di dubbia ortodossia e di scarsa virtù, tollerato come Calimero, non posso permettermi d'essere prepotente, perché mi verrebbe da ridere per primo. Accetta allora due parole a nome e a pro della “massa damnatorum” che è sempre stata la maggioranza, in cima alle premure comprensive del Signore, unico pastore e Redentore e senza deleghe.
Non illuderti d' essere tu il pastore delle pecore, dal momento che anche tu sei pecora o ariete. Non crederti padrone della grazia, che anche tu hai bisogno della grazia e del perdono. Come e più di tutti.
Non essere troppo sicuro dei progetti di Dio, perché lui rimane misterioso e incomprensibile anche per il prete e per il papa. Se sei troppo sicuro di Dio o sai troppo di lui, spaventati, perché rischi di avere fra le mani un idolo, diventando così il primo idolatra dal paese.
Non essere mai sicuro che la gente non si salvi e tu sì, perché Dio è grande soprattutto nelle sorprese.
Non crederti giusto solo perché conosci tutti i pronunciamenti della Chiesa e i dogmi e rispetti la legge. La parola di Dio conosce anche altri canali e così la sua misericordia.
Se la fede è un dono di Dio e non è soggetta a nessun controllo, preferisco pensare che la gente l'abbia, dal momento che neanche tu sei sicuro di possederla.
Non sentirti forte perché riesci a mettere in riga i piccoli e i deboli. Quelli sono sempre stati in riga. Nei miei anni da maestro, ho dato tre schiaffi, che mi sembravano giusti. Spero che i bambini li abbiano dimenticati, ma io non riesco, perché non c'è onore nel picchiare uno che non può difendersi. C'è più onore a tenere duro e contendere col vescovo e con i grandi che non con la gente. Non metterti contro i piccoli e i poveri, tu che sei venuto fuori da gente piccola, dove Dio va a scegliere le sue rose.
Non avere prurito di difendere Dio, che non ha bisogno di te. Difendi la tua gente davanti al Signore e troverai tanti avvocati per te.
Quando alzi la mano per minacciare o per negare l’assoluzione, ricordati che c'è una mano più grande della tua e che ci tiene sotto tutti.
Non rovinare i momenti forti della fede, come un battesimo, una prima comunione o un matrimonio, che sono per gli altri anche momenti di festa, con appigli e cavilli che non valgono un danno che li segnerà per tutta la vita. I sacramenti sono stati messi per gli uomini e non contro essi. L’unico che potrebbe essere cattivo o severo sarebbe Cristo. Ma lui si sedeva in tavola con i peccatori e invece di condannarci tutti ha disteso le braccia sul legno della croce, cosa che tu non hai fatto.