lunedì 24 febbraio 2014

08 Il tempo del deserto

08 Il tempo del deserto
Nella storia tormentata del popolo ebraico c'è un tempo importante e paradigmatico. è il tempo del deserto, il tempo che separa l'Egitto e la terra di Canaan, una parte di schiavi e un popolo cosciente e libero. Non è solo una distanza geografica o temporale, ma qualcosa di più profondo, sostanziale, rivoluzionario. Come passare della morte alla vita, dal non essere all' essere.
Storicamente, per i figli di Israele questo tempo è lungo quarant'anni, numero chiaramente simbolico che in ogni caso ci fa immaginare una durata non indifferente. Per altri popoli può durare di meno; per altri ancora può durare per tanto che dura la loro storia. Ma ognuno deve passare per questa esperienza.
La Bibbia ne parla nel libro dell' Esodo e dei Numeri, ma tutto il Pentateuco, e dunque il cuore della Torah, è legato a questo tempo e a questa esperienza.
Il tempo del deserto è stato visto in maniere diverse e complementari e tutte vere, dal momento che ogni realtà ha più facce e valenze. Qualcuno lo ha visto come un tempo ideale perché l'anima, povera e dunque libera, si butta con più passione e brama nelle mani di quello che è l'unica salvezza. "tornerò a portarla nel deserto e parlerò al suo cuore" dice Osee (2, 16). C'è il tempo che il popolo grida con più fede al Dio dei suoi padri, ma anche quello della ribellione e della idolatria. C'è il tempo della protezione evidente di Dio, con le quaglie, l'acqua dalla roccia e la manna, ma anche del dubbio più orrendo: "Il Signore è della nostra parte o no?" (Es 17, 7). Il tempo della preghiera e della provocazione, della ubbidienza e della ostinazione, della alleanza e della prevaricazione. C'è il tempo che il popolo guarda avanti e sospira a una terra tutta sua, da vivere in pace e in libertà, e il tempo della regressione e della nostalgia per una schiavitù che almeno ti assicurava un pezzo di pane una razione di carne, anche se pagata a prezzo di sangue.
Il tempo del deserto è il tempo in cui Dio consegna a Mosè la Torah (insegnamento, legge) sulla montagna del Sinai. I rabbini si sono arrovellati nell'interrogarsi sul perché la legge gli viene consegnata nel deserto e non quando sono sistemati nella loro terra. Una dalle risposte è questa: Dio ha destinato di dare la Torah in una terra di nessuno per dire che la legge non è di un popolo o di una terra particolare, ma di tutti quelli che vogliono accettarla e dunque è una legge e una strada universale. Viene data nel deserto, luogo di morte, perché la legge ha la virtù di trasformare il deserto morale e sociale dell' uomo e della collettività in un luogo che non è più selvaggio o morte, ma vivibile.
Ma il deserto insegna a tutti, ebrei e stranieri, che non esistono sentieri o scorciatoie o bacchette magiche per passare della schiavitù alla libertà, della situazione di servi a quella di padroni e di protagonisti. Non esiste una generazione liberata se la generazione che l' ha preceduta non è morta nel deserto. La liberazione appartiene a tutte le generazioni, ma quella che l'inizia non è detto che la termini e quella che la termina non è detto che l'abbia anche iniziata. Forse per il fatto che non esiste una liberazione definitiva e che l'uomo è condannato a vivere nella situazione di liberazione e non di libertà, di deserto e non di padronanza della terra, più di ciò che non crede e non vorrebbe. con tutte le paure, i ripensamenti, le nostalgie possibili e inimmaginabili. Nella concezione cristiana, il tempo del deserto è lungo come tutta la nostra storia, perché la terra della nostra libertà definitiva è l'al di là.

sabato 15 febbraio 2014

07 A proposito di polli

07 A proposito di polli
Di quel poco o niente di sloveno che si studiava, con poca voglia e nessuna serietà in seminario, mi resta un proverbio: "Dohvnikov trebuh è britov petelinov", "la pancia dei preti è il cimitero dei polli". Mi ricordo anche di avere acquistato ad Assisi, con grande confusione di quello che me lo vendeva, un quadretto di ceramica con scritto: "Preti e polli non sono mai satolli". Rientrando nella categoria, avrei dovuto avere un rapporto continuativo e alternativo con la carne bianca, ma la realtà è stata differente. Da bambino gli unici polli che mi ricordo sono quelli nelle mani, negli inverni freddi di quegli anni. Poi mi sono adattato come tutti, anche se non faccio una malattia per la carne di piuma.
Parlo di polli perché anche io faccio parte, nel bene e nel male, di quella umanità matta che si sta comportando in maniera sempre più stupida e irrazionale da quando il condizionatore massmediatico ci ha spaventati con "l'aviaria" o "moria di polli", dopo averci terrorizzati con la bistecca delle vacche andate fuori di testa. Non vorrei che gli allevatori di bovini avessero reso la farina agli allevatori di polli che li avevano mandati in malora qualche anno addietro. La storia dei polli sta mettendo in ginocchio una fascia importante della nostra produzione, con tanta gente senza lavoro e migliaia di tonnellate che restano invendute, a patto che non le spediscano, come sempre, nel terzo mondo, dove non hanno tempo di guardare la televisione perché non ce l'hanno e sentono più la fame che i comunicati. Tutto questo per una paura immotivata, come si dannano a spiegarci ogni sera, dicendo che la carne, cotta, è sicura e anche le uova sono a posto. Non saranno come quelli delle galline di mia nonna, che andava ognì giorno col dito a provare se l'uovo era in punta e poi ce lo presentava tutto smerdato sulla tavola, ma non sono male.
La paura, in questo caso la superstizione, ha fatto crollare il consumo di carne del 70% e, se tu gli presenti una coscia di pollo, ti saltano sulla sedia come se avessero trovato una bomba. Gran parte di quelli che non vogliono saperne dei polli, mangiano qualunque porcheria, e schifezza e affrontano rischi ben più grandi: correre come forsennati con auto e moto, bere, fumare o appartarsi dietro siepi con clienti che sgattaiolano per le strade della città. Li non ci sono paure che tengono, per dire quanto siamo mal messi, non con i polli, ma con la testa.
Tornando alle povere bestie sotto processo, mi verrebbe da dire che la cosa va ribaltata. Non siamo noi che dobbiamo guardarci dai polli, ma sono i polli ch devono guardarsi dall' uomo. E' una vergogna vedere questi allevamenti dove sono stivati migliaia e migliaia di bestioline, senza nessuna o con minime possibilità di movimento, obbligate a mangiare giorno e notte perché devono ingrassarsi entro tanto tempo altrimenti il padrone ci rimette. E per risparmiare e guadagnare, si è sentito di gente senza coscienza che fa ingoiare anche olio di auto e roba marcia o cancerogena. Ho letto che, da qualche parte, gli inchiodano le zampe con le puntine per obbligarli a stare fermi e, per avere il fegato ingrassato, per cui i francesi diventano matti, ubriacavano le oche di vino e di aceto da fare scoppiare il fegato. E dopo le torture, quando si ammalano, non hanno neanche l'umanità di ucciderli per non farli soffrire ma, come si è visto troppo volte, li sotterrano vivi. Che vergogna, che scandalo, che barbarie!
Ho parlato di superstizione. Che non significa credere troppo, ma credere stupidamente. E più stupida è la cosa e più si crede. E più credono tutti e più si va dietro come pecore. Anzi come oche. Le oche più oche e più pericolose sono di sicuro quelli fuori dalla gabbia.

sabato 8 febbraio 2014

06 La barba di Maometto

06 La barba di Maometto
Davanti all'indignazione esasperata e incontrollata di parte del mondo islamico per le dodici vignette satiriche contro Maometto pubblicate su di un giornale danese, ti viene da dire, come gli avi, “male a Paluzza e peggio a Tamai”. perché, veramente, non si sa dove è il peggio e non si riesce a trovare la ragione. perché andare a offendere la sensibilità di milioni e milioni di persone che si sa quanto ci tengono ai loro simboli e ai loro valori? Se per gran parte del mondo occidentale il mondo religioso non dice niente o addirittura dà fastidio, una superbia culturale o psicologica patetica, ci sono persone che fanno della religione e dei libri santi il punto di riferimento fondamentale o assoluto. Perché andare a provocarli stupidamente?
I paesi del nostro continente, soprattutto quelli a occidente come la Danimarca, Svezia e via avanti, hanno una sola religione, fede e divinità: la libertà. Si è liberi di convivere o di lasciarsi, di dire ciò che si ha voglia, di tappezzare i muri di qualunque stupidaggine o porcheria,, di appendersi la collo corna e o simboli zodiacali di ogni fatta e misura. L’unica cosa proibita, derisa, guardata di traverso è la religione. E' serietà, onestà, intelligenza? Bisogna che il nostro mondo emancipato e disinibito impari un po' di creanza, di rispetto, di umiltà e di autentica libertà.
Ma se noi occidentali adoperiamo male la libertà, anche il mondo musulmano, o buona parte, sta adoperando molto male la sua religione, mettendo in luce il suo aspetto più integralista e intollerante, che è proprio il contrario della religione. Tutta questa esplosione di rabbia e di violenza, che ha fatto le sue vittime nel mondo cristiano, con la morte in Turchia dal prete Andrea Santoro, e ancora più nel musulmano, è troppo compatta e uguale, troppo generalizzata e sincronizzata per crederla genuina. Qui la religione è solo una scusa in mano a gente che vive di terrorismo e a governi, come Arabia Saudita, Siria e Iran, che hanno tutto l'interesse ad aizzare la loro gente contro l' occidente corruttore perché non guardi ciò che succede nell' oriente oppressore. Come mai la rabbia è saltata fuori tre mesi dopo la pubblicazione delle caricature ed è stata più forte dove più deboli sono i diritti civili? Si sa che in quei paesi la censura regna sovrana, controllando tutto e tutti. Chi ha deciso di far vedere ai musulmani le vignette sacrileghe (se mai le hanno viste!) e chi ha dato loro il permesso di radunarsi a migliaia, urlando e bruciando bandiere, magari scambiando quella svizzera per quella danese, e ambasciate? Come mai fino alla preghiera del Venerdì nessuno sapeva o protestava e, subito dopo la predica degli ulema, degli imam e degli scheiks, l’oriente ha preso fuoco?
E' un caso che deve farci riflettere a ogni livello. perché si ripeterà sempre più spesso e certe gente troverà sempre un pretesto per sottolineare la superiorità di una cultura e di un mondo rispetto all' altro. E questa divisione sempre più netta e pericolosa capita proprio in pieno processo di globalizzazione. Non abbiamo mai avuto un mondo così unito e interdipendente e non abbiamo mai avuta tanta distanza culturale e politica. La lezione, l’unica, che dobbiamo ricavare è quella del rispettare e farsi rispettare, non offrendo il fianco ai più esasperati ma anche pretendendo la parità di rispetto. Se non è tollerabile deridere i musulmani, non è tollerabile che loro deridano gli ebrei o i cristiani. Perché la barba di Maometto, per tanto santo e venerabile, non vale più della barba di Aronne o di Gesù Cristo. E neanche più di qualunque barba o volto o persona, che viene umiliata o uccisa con l’illusione di onorare la divinità. Difficile, e doloroso, dover scegliere fra il nostro niente e il loro troppo!


a

sabato 1 febbraio 2014

05 Il flop del clic

05 Il flop del clic
“Se ritornassero i nostri vecchi!” Si sente dire in tante occasioni, più con la paura che fuggano come il fumo per ritornare nella loro pace silenziosa che con la speranza che restino affascinati dinnanzi al nostro mondo, ammesso che sia nostro il mondo. Siamo chiamati o condannati a vivere in tempi inediti e straordinari, che richiedono tutta la nostra intelligenza e libertà interiore per non essere presi in questa rete virtuale e fatale che riesce a catturare anche le realtà più piccole e appartate. Il tutto nel giro di una o due generazioni, a nostra memoria e testimonianza.
Appena finita la guerra, la seconde, e dunque ai tempi della mia infanzia, si andava ancora al santuario di Castelmonte col carro o con un camion militare; da Venzone a Gemona si andava regolarmente a piedi; il confine del nostro mondo era la montagna o la campagna; ci si chiamava urlando da una casa all'altra e da una montagna all'altra; ci si lavava nella tinozza quando si doveva andare dal medico; si sciacquava nella roggia; le novità arrivavano sempre vecchie e le portavano quelli che ritornavano dall'estero; la comunicazione era immediata, misurata, essenziale ma reale. forse si era un po' selvaggi, fuori dal grande traffico, chiusi ma sicuri, come gli uccelli nel nido o il grillo nella tana. Poi è arrivata la rivoluzione economica, industriale, culturale, religiosa, mediatica. siamo saltati fuori o caduti dal nido, abbiamo abbandonata la tana e ci si siamo trovati, di colpo, cittadini del mondo, proiettati in un progresso tecnologico esponenziale, passando come in un film e con la velocità di una giostra, dal neolitico al cibernetico. E tutti, anche le nonne, ci siamo trovati a fare i conti con i tasti, con i telecomandi e con ogni sorta di stregoneria Parafrasando Archimede, basta trovare il clic giusto per spalancare tutte le porte dal mondo.
La realtà è sotto gli occhi di tutti e non serve sprecare parole per raccontarla. Si va sulla luna e si gira il mondo intero senza nessun fastidio; cliccando il televisore si sa in tempo reale tutto su tutti, ammesso che sia proprio così; ci si sposta con l'auto per andare a fare la spesa o si può ordinarla rimanendo in casa cliccando col mouse; anche i più pidocchiosi hanno un televisore per stanza e il più stupido del paese, che non è capace di imbastire un discorso o di scrivere una lettera, schiaccia come un dannato i tasti del suo telefonino per mandare SMS senza sapore a gente che li riceve senza interesse. Possiamo fare il giro del mondo non in ottanta giorni, come Phileas Fogg, ma in un minuto e aprire tutti le finestre virtuali per curiosare in qualunque sito. Possiamo spostarci con i mezzi più veloci o anche rimanendo seduti davanti ad una tastiera. Tutto con un semplice, banale clic.
Giunti però alla fine di questa nostra corsa o navigazione megagalattica e pigiando il tasto fino a che ci fa male il dito, ci accorgiamo con sorpresa e con spavento che la cosa non è così esaltante, sicura, appagante come si credeva. Ci spostiamo, corriamo, cerchiamo, vediamo, sappiamo, sentiamo, pigiamo ma, invece di crescere, la nostra comunicazione, comunione, collegamento, cala. Al punto che il navigatore più zelante, per stare dietro a tutte le curiosità e sollecitazioni, deve chiudersi giorno e notte in una stanza, al buio, peggio dei carcerati. E mentre una volta, andando a piedi da Amaro a Tolmezzo, si chiacchierava andando e tornando con tutti quelli che si incontravano, oggi si fa il giro del mondo e si torna senza scambiare parola col vicino.
Il flop del clic deve farci capire che il virtuale può essere un buon integratore del reale per il fatto che lo completa ma è un orrendo sostituto. Mille orchidee di plastica non fanno e non valgono la viola più minuta.

sabato 25 gennaio 2014

04 Mozart, la musica

04 Mozart, la musica
Tra le tante (o poche) stelle che nei secoli hanno illuminato e illumineranno la notte dell'umanità, una dalle più luminose è quella di Mozart ed è un atto di giusta riconoscenza ricordare i 250 della sua nascita. Joannes Chrysostomus Wolfgangus Theophilus (detto, Amadeus) è nato a Salzurg il 27 di gennaio del 1756, ultimo dei sette figli di Leopold e di Anna Maria Pertl. Di questa covata,resteranno solo due, Wolfgang Amadeus o, meglio, Amadé, e sua sorella Maria Anna (Nannerl), che condividerà col fratello la passione della musica e la fatica dei concerti in giro per l'Europa.
Non si può parlare di Mozart senza parlare del padre, musicista e compositore, che la storie ha giudicato con severità per la sua influenza possessiva sull' enfant prodige che Dio gli aveva regalato. Ha scoperto il suo talento e lo ha sviluppato al massimo, ma ha anche tolto al figlio la stagione più bella della vita. Qualcuno ha paragonato l'infanzia di Mozart con quella del Leopardi, anche se si tratta di due esperienze dal tutto differenti. Leopardi sempre chiuso nella sua biblioteca e Mozart sempre in giro a esibirsi come un fenomeno da baraccone, con umiliazioni e strapazzi. Gli è capitato più volte di restare senza lavoro, senza un soldo, senza un tetto. Quando gli andava bene, aveva un posto in cucina, con i servi. Peraltro tanta gente stava parecchio peggio. Ha girato per tutta l'Europa, venendo a contatto con le più grandi tradizioni musicali. Amava in particolare l'Italia e conosceva bene la lingua italiana, preferita nelle sue opere. Ha conosciuto e lo hanno conosciuto tutti i regnanti e non c'era palazzo di nobili che non gli spalancasse i suoi saloni. E' stato onorato dall' imperatore Giuseppe II ma il conte Arco, "grande maestro cuciniere" del principe arcivescovo di Salzburg, Colloredo, lo ha licenziato con una pedata.
Per tutta la vita ha combattuto per questioni economiche e più di una volta ha composto per pagare i creditori. La moglie, Costanze Weber aveva passione solo di spendere e di godere. Lo ha spiumato da vivo e si è fatta mantenere dopo morto, con i diritti di autore. E' diventato padre sei volte, ma quattro bambini sono morti nei primi giorni o mesi. E anche lui, che non era stato un leone, ha chiuso la sua vita a 36 anni, in miseria. Al suo funerale c'erano quattro gatti, neanche la moglie, e lo hanno seppellito nella fossa dei poveri.
Eppure, da questo uomo così provato, non è venuta fuori malinconia o disperazione, ma musica straordinaria, come se fosse fatto di armonie e non di carne e sangue come noi. "I musicisti vorrebbero arrivare in cielo con le loro opere, ma lui, Mozart, viene dal cielo" ha scritto Kurt Pahlen. Il più bello complimento lo ha fatto Karl Barth: "forse gli angeli, quando lodano Dio, suonano musiche di Bach, ma non sono sicuro del tutto. sono sicuro invece che, quando sono da soli, suonano Mozart e quella volta anche il Signore gode ascoltandoli".
La sua vena musicale ha buttato fuori come una fontana: acqua fresca, brillante, leggera e sostanziosa. Le sue opere rimarranno nei secoli, come le sue sonate. Ascoltando le sue messe, si sente una religiosità profonda e autentica. Il suo Ave verum, composto negli ultimi mesi di vita, è un concentrato di mistica e il Requiem, provato incompiuto sul letto di morte, è il più grande affresco sulla maestà tremenda di Dio e la creatura misera che domanda remissione.
Mozart, iscritto alla massoneria, ha avuta fortuna anche nella chiesa. Clemente XIV lo ha nominato cavaliere; Giovanni Paolo II ha celebrato in San Pietro i due secoli della sua morte, e il bavarese Benedetto XVI si distrae dal peso pontificale ascoltando e suonando la sua musica divina. Gli americani hanno sperimentato che anche le vacche, con la musiche di Mozart, producono più latte..
0

sabato 18 gennaio 2014

03 Il pastore e la Bibbia


03 Il pastore e la Bibbia

Il pastore Eberhard Bethge,nella sua grande biografia dello zio diventato, il teologo e martire Dietrich Bonhoeffer, parla di un trattato di omiletica, dove il padre della Bekennende Kirche o chiesa confessante analizza il suo modo di predicare e quello dei suoi studenti. La prima predica, naturalmente, non viene tanto dal modo di parlare più o meno ispirato, ma dal modo di vivere, più o meno coerente e degno di meritare la fede della gente. Di li il dovere, per ogni persona che ha la missione difficile e delicata di predicare la parola, di confrontarsi per prima con la parola stessa, di pregare e di meditare.

Il capitolo "il pastore e la Bibbia" è diviso in tre parti: la Scrittura sul pulpito, la Scrittura sul banco di scuola, la Scrittura sul comodino. E' chiaro che il punto più alto e importante è il primo, quello dal pulpito, ma quello non ha senso o è sterile se non è accompagnato dagli altri due.

La Bibbia sul banco di scuola si riferisce allo studio profondo, sistematico, libero e appassionato che ogni pastore deve fare su di un libro tanto importante e vitale. Si sa che la Bibbia è ispirata e sicura nelle questioni che riguardano la salvezza, ma è anche un libro scritto in un popolo e in un tempo e va studiata secondo tutte le regole ermeneutiche ed esegetiche. per capire il più possibile in che contesto il pezzo è nato e ciò che vuole trasmetterci. Don Milani diceva che noi preti dobbiamo spiegare bene ciò che dice il vangelo, non fare applicazioni o commenti o digressioni. La Scrittura parla sola.

La Bibbia però non è solo un libro di studio, ma il libro di preghiera, di meditazione, di confronti e di conversione. Non va solo studiata ma va anche pregata. Avere la Bibbia sul comodino, come lume che illumina la mia notte spirituale, come fontana che spegne la mia sete, come unguento che medica la ferita del mio cuore. Il pastore è pastore per gli altri, ma davanti di Dio è pecora come tutti e deve cercare come tutti le acque fresche e le erbe verdi, per sostentare la sua anima. Noi preti rischiamo di essere quelli che più parlano di preghiera e meno pregano; quelli che più dicono ciò che va fatto e quelli che meno lo fanno. Parliamo di Dio ma non con Dio e soprattutto non lasciamo parlare Dio nella meditazione. Bisogna tornare ad avere la Bibbia sul comodino, per addormentarsi e svegliarsi con lei.

Quando un pastore ha studiato la Bibbia e l'ha pregata, ha diritto, con la grazia dal Signore, di predicarla. E' la Bibbia sul pulpito. E qui un uomo studiato, un intellettuale di valore come Bonhoeffer, palesa tutta la sua fede nella parola che viene predicata. Davanti a qualunque oratore, magari l'ultimo dei suoi studenti, lui si pone in atteggiamento di umiltà come davanti a Cristo. Perché è Cristo, in quel momento, che parla e opera nella Chiesa. "La Chiesa predica alla Chiesa; la predica esiste per il fatto che esiste la Chiesa e la predica esiste perchè ci sia la Chiesa". "Non c'è niente di più concreto della voce di Cristo presente nella predica". Qui è chiara la sua fede luterana, che si fonda sulla parola.

Questa fede sulla virtù intrinseca della parola lo portava a dire che la predica non va analizzata ma solo ascoltata. perché Cristo è maestro e parla con la voce del pastore. Difatti ascoltava le prediche dei suoi studenti, anche dei più timidi e ingarbugliati, come se a parlare fosse stato un padre della chiesa, anzi Cristo in persona. Una buona lezione di umiltà per quelli che ascoltano e soprattutto una lezione di responsabilità per quelli che amministrano la parola.


sabato 11 gennaio 2014

02 Nell'alba eterna

02 Nell'alba eterna
"Il popolo che camminava nelle tenebre vide un gran chiarore; sopra gli abitanti di quella che era stata una terra buia, si è accesa una luce" (Is 9, 1). sono le parole di Isaia che la Chiesa legge la notte di Natale e che abbiamo pensato di leggere, a nostro conforto, nella liturgia di commiato di Rosalba Rossi, nella chiesa di Rodeano Basso. perché in quel martedì 3 di gennaio, grande era la folla di gente venuta da ogni parte a tenere compagnia a questa famiglia splendida e provata ma ancora più grande era la commozione e il dolore per una figlia, una moglie e una madre che chiudeva la sua giornata terrena.
Profondo era il buio nel cuore di Gianni, suo marito, che ha diviso con lei il male e l'ospedale e che non ha potuto neanche essere presente per darle l'ultimo saluto. Grande era il dolore dei figli, che dovevano domandarsi il perché di tutto quel male che era piombato sulla loro famiglia, che senso poteva avere, se mai aveva un senso, e che colpa potevano avere per essere provati in quella maniera. Perché il dolore fisico ti fa penare anche l'anima e il male del corpo ti fa ammalare anche lo spirito. E ti vengono mille dubbi e ribellioni. Immenso era il buio anche nel cuore dei fratelli di Villacaccia e soprattutto di Amabile, la madre, che, come e più di Abramo, per la seconda volta è stata chiamata a consegnare una sua creatura a colui che è padrone della vita e della morte e che ci dà i figli, ma ci ricorda che non sono nostri ma suoi.
Abbiamo scelta la lettura di Natale anche per il fatto che, per i cristiani, la vera natività non è quando si aprono gli occhi su questo mondo, ma quando si chiudono e si nasce all'eternità. E la morte, questo buio più denso di ogni scuro, viene illuminato dalla speranza, dalla promessa, dalla sicurezza della resurrezione e dunque dalla luce che non conosce tramonto.
E' poco e ci sarebbe tanto da dire su questa madre premurosa e affettuosa, su questa moglie che dimentica il suo male per vedere del male del marito e di lui, che cerca di nascondere il suo male per non impressionare e fare patire la moglie, una gara spasmodica di sensibilità e di solidarietà. L'avevano chiamata Rosalba, nome che ci richiama la luce che pone fine alla notte per iniziare una nuova giornata e anche il colore delicato di questa ora unica dell'aurora. Per dire che ogni creatura che nasce porta in famiglia la luce del giorno e il colore delicato dell' amore. Ebbene Rosalba ha mantenuto per tutta la vita il significato dal suo non, portando luce delicata e serena a tutti quelli che hanno avuto la fortuna di incontrarla e di vivere con lei. E' entrata nell'alba eterna a 52 anni, perché ha finito presto il suo solco, come uno che finisce prima dell'ora perché ci ha dato sotto con più vigoria e passione.
Il vangelo ci parla di Maria che "custodiva tutte queste cose meditandole nel suo cuore" (Lc 2, 19) e dei pastori che "tornavano indietro glorificando e lodando Dio per tutto ciò che avevano sentito e visto" (v 20). Voglio sperare che la gente che ha partecipato a questa esperienza di fede e di dolore saprà meditare su di un caso così esemplare e racconterà di Carlo e Carla che hanno saputo stare vicino con tanto cuore e tanta premura al padre e alla madre malati. E questo va gridato a un mondo che ci mostra solo famiglie allo sfascio e figli senza cuore.
A Rosalba, che è nella luce, nella pace e nella vita, chiediamo di regalarci una raggio di luce, un po' di pace e soprattutto la voglia di vivere.