mercoledì 28 settembre 2011

23 Croce di Carnia


23 Croce di Carnia


QUESTO DOVEVA COMPARIRE PER LA SCORSA FESTA DELL'ASCENSIONE

Si può, in occasione della festa dell’Ascensione, non andare col pensiero a un momento unico, il bacio delle Croci, in quel luogo unico per fede, per cultura, per storia che si chiama San Pietro in Carnia?
Gli avi hanno ritenuto che nessun luogo non era più adatto a riprodurre anche visivamente il mistero dell’Ascensione, come il punto più elevato di contatto fra il cielo e la terra. Peraltro, se uno deve staccarsi da questa valle di lacrime, si innalza il più possibile, per dopo volare nella libertà infinita di Dio.
Da secoli i carnici hanno voluto accompagnare questo mistero con la grande Rogazione, che parte da tutte le chiese dei canali per l’appuntamento sul Piano della Vincola, piano di fraternità. Rogazione che riproduce, come un una sacramento, la storia di questo popolo forte e gentile, generoso e sfortunato. Potevano scegliere un simbolo più adatto di quello delle croci? Croci infiocchettate, ingentilite, ma sempre croci.
Carnia avara e amara. Carnia benedetta da Dio per le sue ricchezze e bellezze ma tradita dagli uomini con le loro rapine d’acqua, di verde, di legno, di gente, di risparmi, d’ingegni, di tutto. Celebrando in questi giorni la festa della mamma, si deve pensare a questa grande madre ricca di anni e di dolori, di pazienza e di fortezza, dura come le rocce, con la pelle ruvida dei suoi alberi secolari che hanno dovuto affrontare ogni sorta di traversie e d’intemperie.
Il Friuli deve rendersi conto che uccidendo la Carnia si suicida. Se si tagliano le radici, l’albero muore. Se si prosciuga la vena, la fontana non dà più acqua. E la Carnia è radici, sorgente, maestra e madre. Non abbiamo il diritto di trascurarla, dopo tutto ciò che ci ha dato. Sarebbe un delitto di ingratitudine. Non possiamo ucciderla. Sarebbe un delitto di stupidità.
In un mondo disorientato e disarmonico, la Carnia resta ancora un esempio di armonia fra l’uomo e la natura, fra passato e presente. Solo in Carnia si possono trovare odori veri e colori genuini e dissetare la sete dell’anima. In Carnia le chiese hanno tutto l’aspetto di case e le case assomigliano a chiese e il parlare delle persone è litania, armonia, lamento e canto.
Ciò che non posso perdonarmi e perdonare è che questa gente, che ha resistito in periodi di grande stremo, sta morendo nel momento relativamente d’abbondanza. C’è qualcosa che non quadra.
Una volta un politico carnico, democristiano, mi disse: “ Ma conviene allo Stato mantenere luoghi come Rivalpo, Valle e Trelli?”. A parte la carognità cinica della domanda e il fatto che i nostri paesi di montagna, comprese le valli del Torre e del Natisone, si sono mantenute da sole e inoltre hanno mantenuto gli altri, perché non vi poniamo la domanda contraria: “Conviene allo Stato mantenere i letamai di Roma, di Napoli, e di altri luoghi, che succhiano cielo e soldi e producono solo corruzione e violenza?”,
lo Stato è giunto fin quassù solo per riscuotere e rubare, dividendo i debiti e mai i crediti. Una cosa vergognosa. Ma ciò che dispiace di più è che la nostra Chiesa friulana non ha saputo né voluto fare di meglio. Difatti, mentre la gente si estingue e i preti sono diventati una rarità, quelli delle tasse arrivano puntuali a riscuotere i soldi per le immondizie anche se non hanno portato i cassonetti e la centrale diocesana, per non essere da meno, continua impassibile a riempire le buchette delle canoniche vuote con pacchi di piani e progetti non meno vuoti e patetici.
Se non vogliamo aiutarli, lasciamoli almeno in pace.

giovedì 22 settembre 2011

22 Il mistero della madre


22 Il mistero della madre


QUESTO DOVEVA COMPARIRE PER LA SCORSA FESTA DELLA MAMMA

Il mese di maggio, ci riporta, almeno a quelli delle generazioni –anta, un po’ di nostalgia delle funzioni, dei canti, dell’allegria, dei dispetti del mese della Madonna, tanto che si è parlato della Madonna e non sempre a proposito!
Ma questo mese ci richiama anche un’usanza non liturgica, ma non meno significativa e bella: la festa della mamma, madre come la Madonna, ma che differenza di trattamento tra l’una e l’altra! Per dover esaltare la madre del Signore anche dove non era necessario, non hanno avuto economia nell’infierire sulle madri degli umani, rimaste sempre e solo figlie di Eva la peccatrici. Difatti Maria ha solo virtù; le donne hanno solo difetti. Una cosa sballata.
So che il discorso sulla madre è stato condizionato da una retorica sentimentalistica e banale oltre che strumentale. Dire che la reazione specularmente esagerata ed esasperata dei movimenti femministi, che hanno gettato via anche ciò che non andava buttato via: la grandezza della madre e il suo mistero.
Naturalmente il discorso vale anche per il padre, troppe volte tenuto di complemento come san Giuseppe, ma la nostra cultura, tradizione e la necessità hanno riversato sulle spalle delle nostre donne, il peso intero della famiglia e dei figli, con tanto peso e poca gloria. Peso che se una volta, era economico, oggi è tanto più complicato e difficile.
A detta di quelli che vanno urlando stupidamente sulle madri “moderne”, prive di principi, senza religione, tutte consumismo e materialismo, preoccupate solo di rovinare il “pargolo”, direi che allevare un bambino oggi è più difficile che una volta. Perché un tempo si aveva una specie sola di problemi, crudi ma limitati. Oggi invece sono infiniti, come le soluzioni della vita, e in più manca un punto di riferimento preciso d’ordine morale, religioso, pedagogico, culturale e l’illusione di un contraccambio. I bambini devono essere aperti e riservati, esperti e sospettosi, devono avere soldi e libertà ma nella giusta misura ….
E giù tutti a consigliare, a fare prediche e conferenze, a insegnare un mestiere che non si può mai insegnare perché ogni bambino è una novità e dunque richiede ai genitori, nuovi anche loro, di percorrere con coraggio e fantasia strade nuove.
Ho cercato di ricordare questa massima: che neanche la madre più cattiva non ha piacere di avere figli maleducati.
Anche perché il peso maggiore lo avrebbe lei, non il prete e il maestro, inoltre non si deve mai insegnare dove ne sanno più di noi e soprattutto non devono parlare quelli che non hanno competenza. Questo vale soprattutto per i preti, che dovrebbero tacere. Io non ho mai tenuto conferenza alle madri. Anzi, dico loro: “insegnatemi voi, in maniera che vi possa aiutare”.
Pensando a una madre, a ogni madre, il pensiero mi vola a Cristo buon Pastore e a Dio. Ce ne sono tante sulla terra, sono le sue tracce. Una orma straordinaria è il cuore della madre, condannato a dare senza pretendere e senza presentare il conto, a non essere mai stanco, stufo, gonfio, prosciugato. Noi, che esaltiamo la grandezza di Dio, perché non esaltiamo la grandezza di una madre e non abbiamo pena del suo cuore martoriato e riguardo nei confronti del suo mistero?
Per ogni madre, che conosco, e per tutte, chiedo il dono della pazienza, della fortezza, della speranza e dell’ottimismo. E chiedo loro una cosa che si può domandare solo a Dio: il dono del capire e del perdonare. E nessuno si arrabbierà se, insieme con le madri, anche se a un gradino più basso, metto la mia cagnolina, requie, le mie gatte e le mie canarine, tutte impegnate a prolungare il miracolo della vita.
.

venerdì 16 settembre 2011

21 La terra: culla e madre


21 La terra: culla e madre

N.B. QUESTI POST E I SUCCESSIVI (DAL 21 AL 35 PER LA PRECISIONE)
DOVEVANO COMPARIRE TEMPO ADDIETRO
MA A CAUSA DI PROBLEMI TECNICI CIò NON è STATO POSSIBILE.
QUESTO DOVEVA COMPARIRE IL 25 APRILE SCORSO


A Spadolini il 25 aprile ricorda la festa della costituzione, al mondo della Resistenza la festa della liberazione. Io sono un po’ più prosaico: mi accontento di ritornare col pensiero alla rogazione di San Marco, quando si partiva dal duomo di Venzone alle sei di mattina e ci si inerpicava sul Piano di santa Caterina accompagnati dalla rugiada, dall’aria frescolina che ti faceva aumentare ancor di più, se fosse stato possibile, la fame, e dalle schiere dei santi invocati intonando le melodie aquileiesi più solenni perché pregassero con noi il Signore di preserevarci dal fulmine e dalla grandine, dalla peste, dalla fame e dalla guerra, dal flagello del terremoto e di darci ancora una volta i prodotti della terra. Anche a Rivalpo e a Trelli ho fatto le rogazioni, anche se i prati erano ancora indietro. Quaggiù non le ho celebrate perché avremmo solo sfidato le automibili nel traffico indiavolato sulla Pontebbana. Le rogazioni sono una cosa sacrosanta, ma devono avere una cornice adeguata.
Rimane il problema, tutto intero, della primarietà della terra, dell’importanza vitale e pedagogica di un rapporto positivo con il mondo naturale.
Non dico che la religione possa fiorire esclusivamente nel mondo contadino o solo nei paesi. Ci mancherebbe! Dico però che la civiltà contadina è la più intonata al mondo religioso. Dirò di più. In un contesto agricolo si è religiosi anche se non si frequenta la messa; in un contesto di industrializzazione forzata, si rischia di non essere religiosi nemmeno in chiesa. Perché la religione, che ha il compito di farci sentire la presenza di un Dio che non si vede, deve ricorrere al sacramento, al segno, e la terra è tutta un segno. Ed essendo che ogni sacramento è inadeguato a mostrare il mistero, io preferisco i sacramenti “naturali” che mi “ricordano” di più.
In questo senso è più facile sentire la pasqua in un prato e in un orto colorati di vita, che non in una chiesa dove si cambia solo il colore della tovaglia. Così il mondo naturale è spesso più “chiesa”, luogo di Dio, che non un povero e freddo edificio materiale.
A contatto con la terra, l’uomo si sente grande nel seminare e piccolo nel dover attendere una nascita che non è solo sua. Da qui un senso di umiltà che non lo umilia, di pazienza che non lo scanna e di sapienza che può fargli solo del bene. Perché la terra è sapienza, storia, filosofia, arte, scuola, chiesa. In un tutto unico armonico, che è ciò di cui più necessittiamo oggi.
La terra è madre e culla. Una madre generosa, che dà tanto di più di ciò che prende. Una culla che non dimentica mai un semino, per piccolo che sia. Inoltre è un’orologio preciso per ogni stagione e per ogni pianta. Io posso dimenticarmi dove l’ho seminato, ma non la terra. La terra è segreta e discreta. Ciò che gli consegni, lo conserva con grande delicatezza, nascondendolo agli occhi curiosi e indiscreti. E nasconde con la stessa attenzione il tesoro più prezioso e il semino più umile, senza distinzioni.
La terra, che nutre la nostra generazione, tiene conto anche del nostro passato. Difatti gli uomini hanno consegnato alla terra non solo la loro vita ma anche i loro morti. Come sementi per l’eternità. Ogni seminare è un atto di fede. Ma nel consegnare alla terra madre, buia e tomba questo seme particolare, la fede raggiunge il suo apice più alto e gratuito.
Il popolo friulano ha sempre avuto un rapporto vitale con la sua terra. Se lo conserverà, avrà la più grande briscola per un avvenire sereno e sicuro.

sabato 13 agosto 2011

20 Signore, mandaci tante vocazioni, ma con i pantaloni


20 Signore, mandaci tante vocazioni, ma con i pantaloni.



Con la domenica del Buon Pastore la Chiesa si mobilita per chiedere al padrone del campo di mandare lavoratori per il suo raccolto (Lc 10,2). Ho fra le mani la lettera del rettore Goi e la novità rivoluzionaria consiste nelle bambine zaghetto ma senza illusioni di carriera e non posso non ritornare col pensiero al cuore del problema: il sacerdozio femminile. E fare un confronto con le donne anglicane, che possono consacrare il Corpo e il Sangue di Cristo, e la Chiesa cattolica, che a distanza di due mesi concede il permesso alle donne di suonare il campanello, laddove esiste ancora.
In questo confronto partendo dallo spirito di libertà e di novità della Pasqua, devo dire che, almeno qui, lo Spirito ha soffiato più a Londra che non a Roma. Tutto questo in duemila anni di vangelo. Quanta poca strada si è percorsa e quanto poco evangelica!
So che il discorso è difficile e che la tradizione è divenuta una sorte di patrimonio genetico religioso. Però sarebbe un atto di ipocrisia non cercare di affrontarlo, senza illudersi di risolverlo in quattro righe.
Ho letto le motivazioni che Monsignor Qualizza ha detto a riguardo. Ho più rispetto per lui che per le sue motivazioni. Per sostenere il prete-uomo, tira in ballo una motivazione “tipologica”: Cristo è lo sposo della Chiesa e dunque non può essere che un uomo. Cristo non è lo sposo della Chiesa perché è maschio ma perché è il Figlio di Dio che si è fatto uomo. È un “matrimonio” fondato sulla differenza ontologica, non sessuale. Tutta la tradizione spirituale e mistica parla di Dio (e di Cristo) che ci sposa, ma non per questo il suo rapporto con me è un’anticipazione delle decisioni di Strasburgo sulla convivenza omossessuale.
Non mi convince nemmeno il rifarsi alla tradizione. Si deve tenerla presente, ma non è vincolante, per il fatto che la tradizione è un tramutarsi di uno spirito che vivifica la lettera e non un mucchio di lettere che mortificano lo spirito. Altrimenti avremmo una una tradizione cimiteriale, sarebbe come tramandsarsi una bara. Bel regalo! Pertanto non è corretto fermarsi semplicemente al fatto che nell’ultima cena non si parla delle donne ma degli apostoli. Innanzittutto perché potevano essercene e poi perché è riduttivo. Invece ci si deve chiedere: “Oggi Cristo si sognerebbe di negare alle donne la parità con gli uomini in ordine al sacerdozio?” Proprio lui che è stato straordinariamente libero con loro e proprio alle donne che, a parità, sono sicuramente più adatte degli uomini in un settore come quello della religione e del culto, dove la sensibilità, l’umanità, la fantasia, il buon gusto, sono le fondamenta.
Stando al vangelo nudo e crudo, con ciò che dice di “Cesare” e di “mammona”, si può giustificare un concordato con lo stato o addirittura una banca vaticana il cui presidente è stato consacrato vescovo?
E la gente? Quella che è libera accetta. Ma se si giunge ad accettare cose ingiuste, sarà ben più facile far accettare cose sacrosante.
Le donne di Basagliapenta, mi hanno fatto un obbiezione: “Che bello sarebbe vedere sull’altare la sacerdotessa incinta!”. “Perché, è più estetica la pancia del prete? Con la differenza che quella della donna dopo nove mesi sparisce e quella del prete rischia di raddoppiare!”.
I vecchi dicevano che, se si desidera una cosa, si trova sempre almeno una ragione per ottenerla; se una cosa non si vuole, sono pronte mille scuse per non ottenerla.

sabato 30 aprile 2011

19 Poca voglia di Esodo in Friuli


19 Poca voglia di Esodo in Friuli

Anche il mio gatto sa che la prima Pasqua è accaduta in Egitto e che la Bibbia narra questo “passaggio” di Jahvè e del suo popolo nel libro dell’Esodo. Nessuna meraviglia quindi che nella “lectio continua” della Bibbia il mio gruppo mattutino, scelga questo libro fondamentale, con una parola di commento.
Quando racconto loro dei bimbi ebrei condannati a morte dal faraone, mi accorgo che le mie fedeli si risentono che la schiavitù è un’opera diabolica, come le barbarità a cui si può assistere in questi giorni nel bel film di Schlinder e della sua lista di ebrei salvati dall’Olocausto di Auschwitz.
I conti non tornano quando cerco di attualizzare l’Esodo , perché non diventi una cosa morta e sepolta. Terminato di leggerlo, finisce anche la commozione e l’interesse si sposta dalle sabbie del deserto alle aiuole dell’orto ancora indietro. E mi chiedo:”Come mai il popolo ebreo aveva tanta voglia di liberazione al punto d’affrontare il cielo e i rischi per spezzare le catene che lo tenevano legato e i friulani non si scompongono per la loro sottomissione?”
Domanda interessante e inquietante, che merita una risposta.
Prima di tutto non si deve tirare troppo in ballo la Bibbia, per non cadere in un fondamentalismo stupido. L’esperienza degli ebrei, storicamente conclusasi, posso solo prenderla come una parabola dell’operare di Dio. E qui ha inizio un bel lavoro per analogia. Non so se ci riuscirò; chiedo di non essere condannato per averci tentato.
Le differenze di fondo tra il libro dell’Esodo e i friulani per me sono queste.
Il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe è un Dio che spinge gli oppressi ad abbandonare il faraone e a migrare. Il nostro Dio, o almeno colui che così ci è stato presentato, ha sempre insegnato ai poveri a sopportare e a inghiottire in attesa del premio nell’aldilà. Un Dio a difesa dello status quo, più che il Dio rivoluzionario della Bibbia.
Gli ebrei avevano contro di loro il faraone, con un volto ben definito, da cui proteggersi e a cui ribellarsi, i nostri faraoni sono sempre più di uno e non ci mostrano mai la loro ghigna, perciò non si sa mai da che parte sparare, anche perché sono galeotti. Invece di uccidere il popolo, preferiscono legarci con catene spirituali e culturali, che non ci procurano dolore fisico, ma ci scannano dal di dentro.
Ma trovo una differenza ancora più grande. Gli ebrei avevano dalla loro parte Mosè e Aronne, il potere civile e quello religioso e, se vengono a mancare, non si può fare nulla. Quando abbiamo avuto un politico o un vescovo che sia andato dal faraone a chiedere di lasciarci liberi di pregare e di vivere nella nostra identità, minacciando di fargli pagare le sue angherie? I nostri superiori politici e religiosi non sono mai andati in rotte col potere, che li pagava e legittimava, e hanno sempre fatto la predica, a noi che non ne avevamo bisogno.
Pertanto non mi sento di condannare la mia gente, se non ha tanta voglia d’Esodo, come gli ebrei. Loro hanno compiuto il grande passo perché avevano fame e pativano. Se avessero avuto la televisione, la moto e il frigorifero pieno, avrebbero mandato a quel paese anche Mosè. I friulani, in questo momento di abbondanza, pensano più mangiare e a ballare che non alle cose spirituali. Ma erano meglio gli ebrei, che appena Mosè si è distratto un attimo, hanno realizzato, in pieno deserto, la discoteca del “Vitello d’oro”? E a dirigere la musica con la bacchetta, era il prete Aronne. I nostri preti, ringraziando Iddio, non sono ancora arrivati a tanto.

domenica 24 aprile 2011

18 Il canarino pasquale


18 Il canarino pasquale

18 Il canarino pasquale.

“Siamo risorti alla vita, abbiamo celebrato la Pasqua…” anche noi, comunità peccatrice e distratta di Basagliapenta. Con i tempi che corrono, non sicuramente tutto a causa della gente, non mi attendevo chissà quale ressa, invece la sorpresa è stata grande: una strage di persone, più di ogni altro anno, a vivere la giornata dell’amore di Giovedì santo e quella del dolore di Venerdì e quello della gioia pasquale nella Veglia “madre di tutte le veglie” e “nella prima giornata della settimana”.
Sicuramente il fatto di avere tanta gente non deve illudermi. Se la rivoluzione della Pasqua inizia e si conclude in chiesa, siamo veramente mal messi. Detto ciò, preferisco avere la chiesa gremita, con tutti i rischi della distrazione, che ne conseguono, piuttosto che quattro gatti elitari. Perché metto già in preventivo che, presenti o non presenti, santi o peccatori, il mistero rimane mistero, ovvero al disopra della nostra portata e la gente comprende ciò che può capire e partecipa fino dove può partecipare. E questo è sempre accaduto, anche in tempi più adatti per la fede.
Mi ricordo che a Venzone, durante la solennità delle Quaranta Ore, il pievano chiamava oratori famosi per convertire i miei paesani recalcitranti. E il duomo era stracolmo di persone, intente ad adorare “il mistero della presenza”. Ma di quei momenti straordinari mi è rimasta nella memoria solo pre Raffaele Zanini, che è scivolato sul tappeto e ha saltato con il sedere tutti i sette gradini dell’altare maggiore. E della Settimana Santa mi ricordo solo le scraculades subito dopo aver spento l’ultima candela, con il sacrestano che ci picchiava con il manico della borsa e noi che mettevamo i sassi nelle scarpe per fare più chiasso. E nel mese di maggio potevano bene anche togliere la Madonna. Bastava che ci avessero lasciato i maggiolini da liberare in chiesa e i campanelli da suonare dopo la funzione del rosario. Un anno a Basagliapenta è morta una persona di danno e il dolore era grande. Ma il becchino, nell’abbassarsi, strappò i pantaloni. Non mi ricordo di aver fatto un funerale più consolante e allegro.
La gente è così. Siamo tutti così. E dobbiamo accettarci. Per questo, della Pasqua di quest’anno, mi basterebbe che si ricordassero del canarino che abbiamo portato in chiesa nei tre giorni santi. Ha tanto cantato, ma tanto, che la gente era come istupidita ad ascoltarlo. E ogni volta che cantava, i bambini e i grandi si davano di gomito ridendo. E quando si zittiva, non attendevano che il prete riprendesse a predicare ma che il canarino riprendesse a cantare.
Quanta contentezza nella Pasqua di quest’anno! E se ci ha aiutato il canarino con il canto, che Dio lo benedica. Certo che lui non capiva nulla del mistero, come non avrà capito nulla il gallo che cantava per contare i rinnegamenti di Pietro. Come non avranno compreso nulla i diretti testimoni di questi grandi avvenimenti. Il capire è relativo e anche la folla dei partecipanti. L’importante è che accadano. Sono sicuro che il prete più sfortunato abbia avuto più gente in chiesa il giovedì santo alla sera che non Cristo all’ultima Cena e anche venerdì santo rispetto agli spettatori della morte di Cristo, pochi e distratti. Per non parlare della Pasqua, in cui è risorto senza che nessuno gli battesse le mani o gli facesse da testimone. Eppure le nostre chiese zeppe di persone sono una pallida ombra di quei fatti accaduti nel silenzio e nel mistero.
Non è la processione di persone verso il sepolcro che fa risorgere Cristo ma è la resurrezione di Cristo che attira la gente verso il sepolcro vuoto. E dinnanzi a un mistero così grande ogni segnale è valido e inadeguato allo stesso tempo. Così il mio canarino può far ricordare la Pasqua più di tutte le liturgie e le omelie di questo mondo.

sabato 23 aprile 2011

17 Onorare: una legge di vita


17 Onorare: una legge di vita.

In quel puntino sperduto nel mondo, che si chiama Basagliapenta la primavera è entrata anche quest’anno alla grande. Difatti il 21 marzo abbiamo presentato la Bibbia tradotta in friulano, nello stesso ambiente in cui è maturata. Una grande festa: per la gente, per le belle parole dette, per il clima religioso e affettuoso della celebrazione. Insomma bene e basta.
Vorrei scrivere qualche impressione a caldo.
Qualcuno si aspettava il pienone in paese. A parte che non è più la stagione dei pienoni, bisogna anche dire che la gente si è assuefatta, l’abbiamo abituata, a venire in chiesa solo per la messa o per le funzioni religiose. Se gli avessimo detto che la Bibbia non vale meno della messa e soprattutto del rosario e delle coroncine, forse ora staremmo meglio. Mea culpa. Peraltro possiamo prendercela con le persone, se per le gerarchie la Bibbia viene dopo tutto il resto?
Un gruppetto di ragazzini mi ha detto: “Pre Toni, lunedì non possiamo esserci perché a Udine c’è Jovanotti e abbiamo già comprato il biglietto.” Cosa dovevo dire loro? Che paragonare la Bibbia a un disco o a un cantante è un’eresia e preferire il cantante è una tragedia? Se l’hanno fatto, lo avranno sentito da altri. Nel caso è meglio chiedersi come siamo giunti a questo? Ho risposto loro: “Ragazzi, può essere che per voi questo sia il tempo di Jovanotti. Quando verranno altri tempi, spero che possiate leggere il libro della vita.”
Però la maggioranza è stata più che contenta. Infatti il giorno dopo dicevano ”Cosa vi siete persi!”.
Che è il più bel complimento, dal momento che in chiesa si deve guadagnare, non perdere.
Molti hanno detto: “ Noi, non c’intendiamo riguardo la Bibbia, ma abbiamo piacere a sentire parlare bene del nostro prete.” Che bello! Il prete, il medico, il maestro non devono onorare la loro professione e il loro ambiente? Se un prete fa odiare la chiesa e un professore la scuola e un dottore l’ospedale e un genitore la casa e la famiglia, non è un delitto?
Una volta Gesù stava parlando e una donna ha urlato: “Benedetta tua madre che ti ha partorito e il suo seno che ti ha allattato!” Difatti, quando uno si fa onore, si dice: “Benedetta sua madre!” Se invece lo conducono in prigione. “Povera madre!”.
Quando è terminata la celebrazione, le donne di Basagliapenta, e non solo loro, sono venute a complimentarsi con me e dicevano: “Che onore ad averlo come nostro parroco” se invece ne avessi combinata una di quelle grosse avrebbero finto di non conoscermi e avrebbero detto: “ Ne ha combinata un’altra delle sue, quell’ostinato?”
Una persona che ti onora, l’ascolti, la preghi, la tieni da conto, perché ti aiuta a vivere. E si è orgogliosi di mostrarla come un tesoro. Che piacere, se i friulani, quando si incontrano con un forestiero, dicessero: “Vieni, che ti mostro i miei tesori: la mia chiesa, la mia lingua, il mio canto, il mio modo di vivere, di ragionare, di mangiare!” sarebbe un popolo onesto e bravo e di avvenire sicuro. Si mostrerebbe intelligente e fine. Esibirebbe allo straniero i suoi tesori senza perdere la sua dignità e guadagnerebbero entrambi.
Il quarto comandamento recita: “ Onora tuo padre e tua madre, se vuoi vivere a lungo sulla terra.” Peccato che l’abbiamo usato nell’accezione più banale ovvero ubbidire ai genitori, ai superiori e ai padroni. C’è qualcosa di più. Il frutto dell’albero onora il fiore e il ramo e il tronco e la radice. Solo così c’è continuità. Perché onorare non è una regola di buona educazione o di convenienza ma è una legge di vita. Il contrario di onorare è il vergognarsi, non voler più sentire parlare, tagliare ogni rapporto. La morte.