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Memoria positiva
Per
una coincidenza fortunata, questa mia riflessione settimanale esce il
sei di maggio, mentre il Friuli intero si fermerà a rivivere i
trent'anni di agonia, di morte e di resurrezione dal terremoto.
Trent'anni sono più di una generazione e dunque un fatto così
calamitoso e fragoroso rischia di essere spazzato via dall'
accelerazione esasperata ed esasperante di questi anni forsennati.
Tanti nostri fratelli, vittime e protagonisti, non sono più qui a
raccontarla. Non mi riferisco tanto a quei mille e passa che l'angelo
della morte ha intrappolato sotto le macerie, ma a tante persone che
non sono riusciti a vedere e a godere la ricostruzione. Tanti altri
sono troppo giovani per farsi una idea della tragedia che ci
ha colpiti e dello squarcio aperto nel cuore del nostro Friuli.
Guardando i paesi di oggi, così ben fatti, così nuovi, così
ricchi, è impossibile rendersi conto che un popolo ha rischiato
veramente di essere inghiottito. Sarà bene che i padri e i nonni
raccontino loro, come ci
consiglia con sapienza il libro del Deuteronomio, ciò che è
successo e come si è riusciti ad affrontare e a superare una
conseguenza di quella fatta. Anche per prendere spirito per poter
affrontare con la stessa fede e forza le sfide con cui ogni
generazione è chiamata a confrontarsi.
La
memoria del terremoto e della ricostruzione è una memoria positiva,
soprattutto se rapportata ad altre calamità capitate lungo l'Italia
in questa seconda metà di secolo. Non è il caso di incensarsi
troppo, perché non tutto ha avuto lo stesso esito fortunato,
soprattutto per quel che riguarda l'edilizia pubblica, comprese certe
chiese che resteranno a eterna memoria di una scelta poco
intelligente e rispettosa. Ma di avere la contentezza di chi è
arrivato alla fine del suo solco e guarda la tanta strada fatta.
Significa che siamo un popolo sano, che ha tante risorse e qualità,
anche se ci si ricorda di tirarle fuori solo nei momenti critici, ma
questo è il destino dei mortali. quando don Checo diceva che "un
popolo non muore per una disgrazia o per miseria, però può morire
per troppa abbondanza", ci
dava un grande conforto e un grande ammonimento,
Il
segreto, se si può parlare di segreto e non di cervello, è stato
quello della coralità dei responsabili e protagonisti. A tutti i
livelli, Ognuno nella sua specifica competenza, ma tutti per un unico
fine, al di sopra delle parrocchie ideologiche e partitiche. Una
lezione che non può andare fuori moda, perché da ciò dipende la
salvezza o la rovina: se tutti si lavora per un bene condiviso o se
ognuno lavora contro l'altro. In questa coralità non sono saltate,
ma si sono integrate le svariate componenti del tessuto sociale,
Partendo dal basso, dalla gente, e non dall'alto. Perché accanto al
sindaco e al deputato e al vescovo e al prete, della regione e del
mondo del volontariato, il grande protagonista è stato il popolo
friulano, la nostra gente.
Mi
piacerebbe mettere in luce un altro aspetto, non meno esemplare e
prezioso: la coralità, la globalità, l'armonia dei progetti e degli
interventi. Una firma per l'università del Friuli, memoria vivente
di tanto flagello, era sentita importante come un sacco di cemento o
un mattone. Perché il Friuli doveva tornare rinascere intero e
vitale e non una accozzaglia di case senza anima per un popolo senza
speranza. Per questo ha fatto tanto fragore, anche fuori di qui, il
documento dei preti: "Prima le fabbriche, poi le case e col
tempo, se Dio vorrà, anche le chiese". documento che qualche
superiore diocesano non ha avuto nessun fastidio a dargli la
paternità, anche se era nato in una canonica carnica.
Ripetiamo
allora, con convinzione e commozione, ciò che abbiamo cantato
trent'anni indietro, con un altro spirito, nella maestà della
basilica madre di Aquileia: "è il Signore
il nostro aiuto, lui che ha fatto cieli e terra".
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