sabato 10 maggio 2014

19 Memoria positiva

19 Memoria positiva
Per una coincidenza fortunata, questa mia riflessione settimanale esce il sei di maggio, mentre il Friuli intero si fermerà a rivivere i trent'anni di agonia, di morte e di resurrezione dal terremoto. Trent'anni sono più di una generazione e dunque un fatto così calamitoso e fragoroso rischia di essere spazzato via dall' accelerazione esasperata ed esasperante di questi anni forsennati. Tanti nostri fratelli, vittime e protagonisti, non sono più qui a raccontarla. Non mi riferisco tanto a quei mille e passa che l'angelo della morte ha intrappolato sotto le macerie, ma a tante persone che non sono riusciti a vedere e a godere la ricostruzione. Tanti altri sono troppo giovani per farsi una idea della tragedia che ci ha colpiti e dello squarcio aperto nel cuore del nostro Friuli. Guardando i paesi di oggi, così ben fatti, così nuovi, così ricchi, è impossibile rendersi conto che un popolo ha rischiato veramente di essere inghiottito. Sarà bene che i padri e i nonni raccontino loro, come ci consiglia con sapienza il libro del Deuteronomio, ciò che è successo e come si è riusciti ad affrontare e a superare una conseguenza di quella fatta. Anche per prendere spirito per poter affrontare con la stessa fede e forza le sfide con cui ogni generazione è chiamata a confrontarsi.
La memoria del terremoto e della ricostruzione è una memoria positiva, soprattutto se rapportata ad altre calamità capitate lungo l'Italia in questa seconda metà di secolo. Non è il caso di incensarsi troppo, perché non tutto ha avuto lo stesso esito fortunato, soprattutto per quel che riguarda l'edilizia pubblica, comprese certe chiese che resteranno a eterna memoria di una scelta poco intelligente e rispettosa. Ma di avere la contentezza di chi è arrivato alla fine del suo solco e guarda la tanta strada fatta. Significa che siamo un popolo sano, che ha tante risorse e qualità, anche se ci si ricorda di tirarle fuori solo nei momenti critici, ma questo è il destino dei mortali. quando don Checo diceva che "un popolo non muore per una disgrazia o per miseria, però può morire per troppa abbondanza", ci dava un grande conforto e un grande ammonimento,
Il segreto, se si può parlare di segreto e non di cervello, è stato quello della coralità dei responsabili e protagonisti. A tutti i livelli, Ognuno nella sua specifica competenza, ma tutti per un unico fine, al di sopra delle parrocchie ideologiche e partitiche. Una lezione che non può andare fuori moda, perché da ciò dipende la salvezza o la rovina: se tutti si lavora per un bene condiviso o se ognuno lavora contro l'altro. In questa coralità non sono saltate, ma si sono integrate le svariate componenti del tessuto sociale, Partendo dal basso, dalla gente, e non dall'alto. Perché accanto al sindaco e al deputato e al vescovo e al prete, della regione e del mondo del volontariato, il grande protagonista è stato il popolo friulano, la nostra gente.
Mi piacerebbe mettere in luce un altro aspetto, non meno esemplare e prezioso: la coralità, la globalità, l'armonia dei progetti e degli interventi. Una firma per l'università del Friuli, memoria vivente di tanto flagello, era sentita importante come un sacco di cemento o un mattone. Perché il Friuli doveva tornare rinascere intero e vitale e non una accozzaglia di case senza anima per un popolo senza speranza. Per questo ha fatto tanto fragore, anche fuori di qui, il documento dei preti: "Prima le fabbriche, poi le case e col tempo, se Dio vorrà, anche le chiese". documento che qualche superiore diocesano non ha avuto nessun fastidio a dargli la paternità, anche se era nato in una canonica carnica.
Ripetiamo allora, con convinzione e commozione, ciò che abbiamo cantato trent'anni indietro, con un altro spirito, nella maestà della basilica madre di Aquileia: "è il Signore il nostro aiuto, lui che ha fatto cieli e terra".

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