sabato 17 maggio 2014

20 Una famiglia al buio

20 Una famiglia al buio
Neanche la gioia di Pasqua e neanche la luce discreta e benedetta del cero non riescono a distrarre il mio pensiero e ad alleggerire il mio cuore. In questi giorni il mio pensiero va spesso a una famiglia di parrocchiani virtuali ma anche virtuosi che da tanti anni onorano la nostra chiesa. Parlo di Romeo e di Idute, tolmezzini trapiantati a Colloredo di Prato. Una storia, la loro, esemplare, che da quarantatré anni mettono in pratica giorno per giorno, croce per croce, la promessa di fedeltà “nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia”. Tanto esemplare, in questi tempi di precarietà familiare e di amori instabili, che non interessa a nessun mezzo di informazione e comunicazione, sempre pronti a tuffarsi a pesce nei tradimenti e nella violenza.
Idute si è ammalata di una forma di sclerosi subito dopo che si erano sposati. Ed è riuscita ad allevare due figli che adesso sono grandi. Anzi il figlio li ha fatti diventare nonni due volte. Romeo aveva studiato a Tolmezzo dai Salesiani ed era molto portato per le belle lettere (ha una mano splendida nel buttare giù poesie in friulano), ma ha dovuto, come tanti, trovarsi un mestiere. Per dieci anni ha avuto un officina a Mestre e si è fatto anche un po' di fortuna che gli ha permesso, quando la moglie andava peggiorando, di comprarsi una casetta e di dare una mano nella comunità Piergiorgio. Poi la moglie non ha potuto più camminare e da quindici anni lui la trascina ovunque. In qualunque stagione e con qualunque tempo. Possiede una passione esagerata per la fotografia. Ne ha fatte a migliaia. Ebbene, davanti a un bel monumento, a una rarità, a un rovo di rose c'è sempre Idute, che per lui è il più bel monumento e rarità e rosa.
Il passare degli anni, il carico sempre più pesante, la preoccupazione sempre più marcata lo hanno segnato anche lui, che va soggetto a momenti di depressione e di stanchezza. Adesso ringraziando Iddio, sembrava che fosse riuscito a uscire dal guscio. E' stato con la moglie a Grado e tornava a passeggiare per il paese. L’ultima volta lo ho visto il 30 di aprile di domenica. C'era un tempo da lupi e si erano bagnati nel tratto, per loro eterno, fra l' auto e la porta della chiesa. Come sempre, anche questa volta mi hanno portato dei fiori, un mazzo di papaveri, che abbiamo messo sull' altare.
Prima di lasciarci, mi sono permesso di ringraziare questi amici così fedeli. “Non posso fare a meno di invitarvi a riflettere sul fatto che Romeo e Idute sono arrivati da Colloredo con questo tempo, Loro che avevano tutte le ragioni per stare a casa, mentre tanta gente, che avrebbe mille ragioni per esserci, non c'è”. Ci siamo dati appuntamento alla prossima e sperando in un tempo più decente. Ma non so quando sarà la prossima. Perché, nel martedì mi ha telefonato la figlia, giunta su da Roma, e mi ha raccontato ciò che non avrei mai voluto sentire. Suo padre è arrivato casa da messa ha fatto scendere la moglie, come sempre. Ma stentava e non era naturale nei movimenti. Ha detto che andava su un attimo in camera. Vedendo che non scendeva a pranzo, Idute lo ha chiamato forte ma senza risposta. Non potendo muoversi, ha fatto venire il figlio, che è salito con un brutto sospetto. Romeo era disteso sul pavimento, con gli occhi spalancati, e biascicava da non riuscire a capire nulla. I medici, arrivati immediatamente hanno constatato che aveva avuta una emorragia cerebrale e non potevano promettere niente. E' ancora in terapia intensiva, tutto intubato e con gli occhi rivolti verso il soffitto. La moglie, in carrozzina, guarda attraverso la finestra senza scambiare parola. Voglio sperare che anche Dio guardi. Nella gusta direzione.

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