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Una famiglia al buio
Neanche
la gioia di Pasqua e neanche la luce discreta e benedetta del cero
non riescono a distrarre il mio pensiero e ad alleggerire il mio
cuore. In questi giorni il mio pensiero va spesso a una famiglia di
parrocchiani virtuali ma anche virtuosi che da tanti anni onorano la
nostra chiesa. Parlo di Romeo e di Idute, tolmezzini trapiantati a
Colloredo di Prato. Una storia, la loro, esemplare, che da
quarantatré anni mettono in pratica giorno per giorno, croce per
croce, la promessa di fedeltà “nella gioia e nel dolore, nella
salute e nella malattia”. Tanto esemplare, in questi tempi di
precarietà familiare e di amori instabili, che non interessa a
nessun mezzo di informazione e comunicazione, sempre pronti a
tuffarsi a pesce nei tradimenti e nella violenza.
Idute
si è ammalata di una forma di sclerosi subito dopo che si erano
sposati. Ed è riuscita ad allevare due figli che adesso sono grandi.
Anzi il figlio li ha fatti diventare nonni due volte. Romeo aveva
studiato a Tolmezzo dai Salesiani ed era molto portato per le belle
lettere (ha una mano splendida nel buttare giù poesie in friulano),
ma ha dovuto, come tanti, trovarsi un mestiere. Per dieci anni ha
avuto un officina a Mestre e si è fatto anche un po' di fortuna che
gli ha permesso, quando la moglie andava peggiorando, di comprarsi
una casetta e di dare una mano nella comunità Piergiorgio. Poi la
moglie non ha potuto più camminare e da quindici anni lui la
trascina ovunque. In qualunque stagione e con qualunque tempo.
Possiede una passione esagerata per la fotografia. Ne ha fatte a
migliaia. Ebbene, davanti a un bel monumento, a una rarità, a un
rovo di rose c'è sempre Idute, che per lui è il più bel monumento
e rarità e rosa.
Il
passare degli anni, il carico sempre più pesante, la preoccupazione
sempre più marcata lo hanno segnato anche lui, che va soggetto a
momenti di depressione e di stanchezza. Adesso ringraziando Iddio,
sembrava che fosse riuscito a uscire dal guscio. E' stato con la
moglie a Grado e tornava a passeggiare per il paese. L’ultima volta
lo ho visto il 30 di aprile di domenica. C'era un tempo da lupi e si
erano bagnati nel tratto, per loro eterno, fra l' auto e la porta
della chiesa. Come sempre, anche questa volta mi hanno portato dei
fiori, un mazzo di papaveri, che abbiamo messo sull' altare.
Prima
di lasciarci, mi sono permesso di ringraziare questi amici così
fedeli. “Non posso fare a meno di invitarvi a riflettere sul fatto
che Romeo e Idute sono arrivati da Colloredo con questo tempo, Loro
che avevano tutte le ragioni per stare a casa, mentre tanta gente,
che avrebbe mille ragioni per esserci, non c'è”. Ci siamo dati
appuntamento alla prossima e sperando in un tempo più decente. Ma
non so quando sarà la prossima. Perché, nel martedì mi ha
telefonato la figlia, giunta su da Roma, e mi ha raccontato ciò che
non avrei mai voluto sentire. Suo padre è arrivato casa da messa ha
fatto scendere la moglie, come sempre. Ma stentava e non era naturale
nei movimenti. Ha detto che andava su un attimo in camera. Vedendo
che non scendeva a pranzo, Idute lo ha chiamato forte ma senza
risposta. Non potendo muoversi, ha fatto venire il figlio, che è
salito con un brutto sospetto. Romeo era disteso sul pavimento, con
gli occhi spalancati, e biascicava da non riuscire a capire nulla. I
medici, arrivati immediatamente hanno constatato che aveva avuta una
emorragia cerebrale e non potevano promettere niente. E' ancora in
terapia intensiva, tutto intubato e con gli occhi rivolti verso il
soffitto. La moglie, in carrozzina, guarda attraverso la finestra
senza scambiare parola. Voglio sperare che anche Dio guardi. Nella
gusta direzione.
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