martedì 2 luglio 2013

04 Un friulano in Benecija



04 Un friulano in Benecija
La storia dei rapporti fra i responsabili della Chiesa Udinese e la gente della Benecija non è dalle più esaltanti. I momenti più difficili sono due. Il primo avviene sotto il fascismo, col picco del 1933, quando i preti subiscono una autentica persecuzione perché  sostengano una cultura che, per le concezioni ignoranti e villane del regime, è inferiore e indegna della sacralità romana. Il secondo momento inizia con la fine della guerra e ha la sua radice ideologica nel confine fra il mondo occidentale, filo americano, e quello orientale, filo sovietico. Per tanti papaveri democristiani, succeduti ai fascisti ma infettati dallo stesso nazionalismo, parlare in sloveno significa essere comunisti, titini e antipatriottici. I preti originari delle vallate vanno sparendo per ragioni anagrafiche e vengono sostituiti dai friulani. Preferibilmente da quelli meno sensibili ai diritti culturali sacrosanti di quelle popolazioni.
In questo quadro desolante, può capitare che in qualche paese le cose siano ancora più complicate per ragioni contingenti. E' il caso di Liessa, dove una campagna denigratoria ha obbligato il vicario don Arturo Blasutto, di Monteaperta di Taipana, di 42 anni, a ritirarsi per sempre a casa sua, con grande dolore e disonore. In realtà, come conferma il brigadiere di Clodig, "Se don Blasutto parlasse in italiano, non avrebbe nessuna accusa". Bisogna mandare un prete che non abbia nessuna mania filo slovena. Secondo una sua linea caratteristica, il vescovo Zaffonato preferisce la pastorale della blitzkrieg: un salto e via. Con preti giovani, che fanno il loro garzonato e poi tornano in Friuli. Per invogliarli e aiutare economicamente, li farà tutti preti. Sotto mano ha un prete di 30 anni, pieno di vita e di iniziative, rimasto a piedi perché è morto il prete. Così don Azeglio Romanin, di Qualso, dopo avere servito con passione il prete di Sedegliano mons. Gattesco, affronta l'avventura della Slavia, pensando, come tutti, che si tratti di una parentesi. Invece il destino, o la provvidenza, ha voluto che rimanga per 44 anni, dall' 8 di dicembre del 1961 al 5 di novembre del 2005, quando un male che non perdona lo ruba alle sue comunità di Liessa e, col tempo, di Topolò e di Cosizza. La sorpresa di don Azeglio non è solo nel fatto che non tornerà più in Friuli, ma che riuscirà a radicarsi del tutto nella sua nuova comunità, incarnandosi con cuore e anima, intelligenza e volontà. Può starci che anche lui, giungendo con la sua 1100 in quel paese fuori dal mondo, abbia pensato: "Dio, in che parte di mondo mi hanno mandato!". invece quel mondo fuori dal mondo è diventato il suo mondo, la terra della sua anima. E quella lingua che, come tutti, aveva deriso in seminario, è divenuta un tesoro da tramandare ai figli. Lo ha lasciato per testamento: "Non dimenticate le vostre radici, soprattutto i canti del Avvento, di Natale, di Quaresima e della Pentecoste. Nelle loro strofe raccontano e spiegano il mistero. Insegnateli anche alle generazioni di domani". Si è ripetuto con lui il miracolo capitato al vescovo e martire Arnulfo Romero, che è andato per convertire il popolo e invece è stato il popolo a convertire lui. Nel senso di sovvertire la visione della vita e la pratica pastorale.
Sulla sua attività nel circolo Recano, sul suo dinamismo, sulla sua passione per la Chiesa e per l' uomo, sulla sua sensibilità missionaria per la gente della Tanzania non è il caso di spendere parole. Basta dire che, negli ultimi anni, ha adottato e sostenuto negli studi oltre 40 giovani. Missionario del mondo intero abitando in un paesello fuori dal mondo. Mi piacerebbe che la gente della Benecija, con la testimonianza di questo prete onesto e contento, ci perdonasse in parte quel grande debito che noi preti friulani abbiamo accumulato nei loro confronti.

domenica 12 maggio 2013

03 Dal luogo al tempo



03 Dal luogo al tempo
Gli storici delle religioni restano meravigliati e non sempre arrivano a darsi una spiegazione razionale della peculiarità del popolo ebraico rispetto a tutti gli altri popoli del mondo di quei tempi. Solitamente si trova un popolo grande o una istituzione forte e dominante che riesce a conservare e addirittura a imporre una sua concezione culturale e religiosa. Ma non è mai successo che un popolo piccolo, perseguitato in ogni sistema, soggetto a mille sollecitazioni e tentazioni, abbia potuto conservare la sua unicità, tanto da potere autoproclamarsi "il popolo di Jahvè", una sorta di sua proprietà esclusiva.
Ma, a ben guardare, il monoteismo è solo un degli aspetti di questa anomalia del popolo ebraico e non è il più importante. Guardando la concezione religiosa del popolo ebraico e quella di tutti gli altri popoli, si viene a scoprire un aspetto che io considero veramente unico e rivoluzionario. Tutti gli dei, di tutti i popoli, sono legati a un luogo e a un territorio particolare da proteggere come garanti della loro fortuna. Gli dei dell' Egitto devono difendere l'Egitto, l'autorità del faraone e la sua prosperità. Così gli dei di Babilonia o di Ninive o di qualunque altra comunità. Gli dei sono messi a guardia del tempio, ad assicurare uno status quo. Oggi li chiameremmo conservatori, per non dire reazionari.
Il Dio di Israele, invece, è un Dio che non è legato a nessun luogo fisico o geografico ma è legato a un popolo, alla sua storia, ai suoi momenti più o meno fortunati. Non è il Dio di Atene o di Corinto o di Roma, ma il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe. Un Dio legato alle persone e al loro divenire. Non un Dio seduto sulla punta del tempio a garantire che tutto rimanga come prima, ma un Dio che cammina per le strade degli uomini, con le loro gambe, a cercare fortuna e a patire ogni sorta di tribolazione come loro. Non un Dio del passato, ma dell' avvenire. Non un Dio di potere, ma di ricerca. Non un Dio di sicurezza, ma di rischio. Non un Dio potente, anche se impotente come tutti gli idoli, ma un Dio debole e "sofferente", anche se onnipotente. Non è un caso che gli ebrei privilegino il sabato, il tempo, rispetto al tempio, il luogo.
Questa concezione di Dio, questa idea straordinaria e rivoluzionaria, è stata la loro salvezza nella loro disgrazia, come la concezione contraria è stata la rovina dei popoli che avevano legato la divinità ai sassi, ai palazzi, al potere. Caduto il tempio, perduto il territorio, è caduto tutto. E ciò che è rimasto è solo un segno patetico di una grandezza perduta, buono solo per i turisti e per i curiosi. Invece il popolo ebraico ha saputo resistere alla perdita del tempio, della patria, della libertà e ha saputo affrontare ogni sorta di peripezie e di sfortune confidando in quel Dio che camminava con lui, incatenato come lui, disperso come lui, perseguitato come lui. E anche nel momento più alto e tragico della sua storia, nell’Olocausto, dove non aveva niente, neanche la speranza dell’avvenire, aveva sentito che Dio spartiva col suo popolo la prova più grande e dunque non era da solo.
Tutto questo deve giovare anche a noi, così portati a privilegiare i luoghi materiali della religione, come i santuari o i grandi monumenti della nostra fede. senza disprezzare la chiesa di sasso, dobbiamo privilegiare la vita in ogni sua dimensione e situazione. E l'uomo concreto vale più di qualunque statua o immagine della divinità. Così, più che custodire le memorie venerande ma morte del passato, cercheremo le strade che Dio prepara per noi nel avvenire e il nostro cuore sarà proiettato avanti, e non indietro, alla Gerusalemme del cielo, senza tempio, al sabato eterno.

martedì 26 marzo 2013

02 Mandi, Maria



02 Mandi, Maria
Alla lista, già lunga, degli amici che, con la loro barchetta,  hanno attraversato il mare della vita, quest'anno mi tocca  aggiungere, fresco, il nome di Maria, moglie del mio medico Enzo, e sorella di Silvano. La provvidenza ha voluto che spartissi con loro questi undici anni di speranze e di delusioni, di salustris e di notte fonda. Undici anni che però non sono stati buttati via, perché sono serviti a rafforzare la condivisione e la conoscenza profonda, realizzando la parola del Signore: “diventano una carne sola” (Gen 2, 24). E si sa che nessun cemento è più forte di un amore dolorante. più forte del fuoco, dell’acqua e della morte stessa.
Sono 25 anni che Enzo, con affetto, pazienza e competenza, si prende cura della mio corpo magagnato. Mi piacerebbe, come prete, potere restituire il piacere che lui mi ha fatto cercando di sollevare il suo cuore ferito, di alleggerire il carico pesante che gli schiaccia le spalle, di accendere un lumicino che gli permetta di non restare al buio in questo momento di solitudine interiore ed esteriore. Ma forse è più saggio e produttivo mettersi nelle mani misteriose e paterne di quel Dio che è medico e medicina delle nostri anime.
In questi anni così lunghi, anche se sono volati via, ci si siamo interrogati tante volte sul perché del vivere e del combattere, sullo scandalo del dolore e della morte. Si girava in giro in giro come il topo gira dentro alla trappola, senza trovare una via di uscita. Perché non ci sono vie d'uscita. Bisogna fare una scelta. O accettare la crudeltà e la nudità della ragione o fare il salto della fede. Che non nega il razionale, ma lo aiuta, lo accompagna, lo completa. Permettendo al uomo di non restare del tutto al buio.
Quando il medico è anche uomo, vive un conflitto tremendo tra ciò  che vedrà l'occhio esperto e ciò  che grida il cuore sensibile. Soprattutto può provare un senso di frustrazione, di sconfitta. Cosa vale il suo lavoro, la sua fatica, se non riesce a guarire la gente, Partendo dalle persone più care? La risposta è nel fatto che il medico non è padrone della vita, come il prete non è padrone della religione, come il maestro non è padrone della scienza, come il genitore non è padrone dei figli, ma solo servitore. Lui può curare fino dove può, e fare bene, ma solo Dio salva, perché noi possiamo conoscere, se riusciamo, i meccanismi della vita, ma la risposta sul perché della vita è più grande e profonda. Davanti al mistero della vita faremmo bene a fermarci in contemplazione, come Mosè davanti al roveto.
Maria ha vissuto la sua malattia con grande lucidità e serenità e anche questa è una grazia di Dio. Non ha mai perduto la speranza ma non si è mai fatta illusioni. Nelle telefonate che si facevano si parlava di tutto, con grande franchezza, senza dover recitare nessuna farsa. Ed era fatta bene interiormente. Ed era forte. E aveva tempo di pensare anche per gli altri, come per quella famiglia cingalese che ha raccomandato fino nell'ultimo.
Di lei, voglio ricordare, tra i tanti, due momenti. L’anno scorso ha voluto farmi la sorpresa di venire a trovarmi in dialisi vestita in maschera. Non volevo e non potevo credere. “Forse è l’ultima volta” mi ha detto ridendo. Questo anno, il 3 di luglio, una sorpresa ancora più bella. Stavo ricordando i 40 anni di anniversario della mia prima messa e lei ha voluto essere presente. La vedo ancora nei banchi, col suo capino con poca piuma come gli uccellini di nido. Ma se i capelli erano spariti, le ali dell'anima si erano rafforzate e si stava preparando al grande volo. Mandi, Maria! Ti raccomandiamo a Dio e ci raccomandiamo a te.

mercoledì 20 febbraio 2013

01 La tavola è pronta



01 La tavola è pronta
A Roma si è appeno concluso il sinodo dei vescovi sull' eucarestia come risorgiva e colmo (fons et culmen) della vita e della missione Chiesa e, con la conclusione dei lavori dei padri sinodali, si chiude anche questo anno speciale, dedicato all'eucaristia. Si tratta di un aspetto fondamentale e vivificante della Chiesa e dunque va trattato con la profondità, la devozione e la passione che merita, per potere offrire anche agli uomini di oggi il pane della vita e il calice della salvezza che il Signore ci ha lasciato prima di morire come memoria del suo sacrificio sulla croce e come garanzia che lui sarà con noi, nostro compagno di viaggio e nostro sostentamento. Un tema, quello dell'eucaristia, che  comprende gli aspetti più disparati, dal teologico al liturgico, dall' ecclesiologia al pastorale, dal spirituale all'ecumenico e via dicendo. E' anche il primo incontro con la presidenza di papa Benedetto. Da qui anche la speranza di buona parte dei fedeli che questo sinodo segni un passo avanti, che affronti la dottrina tradizionale con occhi e cuore nuovi. Per la vita della Chiesa e per la vita del mondo.
Le proposizioni sono state consegnate al papa, per la prima volta in forma pubblica, perché prepari il documento relativo e dunque è giusto e corretto aspettare questo pronunciamento autorevole. Intanto mi permette di dire ciò  che un umile prete di paese e forse anche un cristiano qualunque si aspetterebbe. Sicuramente nessuno si aspetta novità rivoluzionarie e neanche un sovvertimento della dottrina tradizionale, sebbene che in tanti aspetti e recente dai secoli passati da allora ad adesso. In caso, mi piacerebbe che il magistero della Chiesa riuscisse a trovare una forma nuova per presentare l'eterna verità. Soprattutto uno spirito nuovo, che tenga conto dei cambiamenti radicali avvenuti nel frattempo. Se i vescovi si limitano a ribadire le verità, le regole e le proibizioni che hanno conservato fino ad adesso, non serve fare nessun incontro e non serve nessun confronto o dibattito. Basta un’intimidazione o un diktat.
Se l'eucaristia è quella realtà importante e vivificante che si crede e si celebra, è evidente che la prima preoccupazione non è quella di mettere confini e difficoltà alla partecipazione dei fedeli, ma di fare il possibile perché tutti i fedeli possano sedersi a questa tavola di eternità intesa nel tempo. Non ha dunque senso fare la lista di quelli che non hanno diritto di sedersi perché non sono a posto con le regole canoniche. Dal momento che si deve mangiare per vivere, si deve spalancare la porta e il cuore a tutti. Bisogna, come sempre, avere coraggio e guardare la fame della gente più che le regole. Se uno mi muore di fame, non sto a chiedere se è cattolico, se si è lavato, se è cattivo o buono. Gli do da mangiare. Le domande gliele farò più avanti, se serve. Abbiamo al riguardo una parola illuminante proprio nel vangelo del pranzo nunziale, dove il padrone di casa dice ai servi: "Andate agli incroci delle strade e invitate tutti quelli che troverete" (Mt 22, 10). Stesso discorso vale per l' ecumenismo. Se l'eucaristia crea l'unità, prima e più si mangia insieme e prima e più ci si trova d'accordo. Non si fa così nelle famiglie? Prima ci si siede e si pranza e poi si ragiona e si discute.
Uno dei nostri canti dice: "La tavola è pronta, il vino è qua". Abbiamo ogni domenica, per ogni comunità, la tavola pronta? L'eucaristia è un regalo ma anche un bisogno, un dovere ma anche un diritto. Se l'eucaristia è il fondamento della vita della Chiesa, tutte quelle altre robe vengono dopo e in funzione di lei, compresa la questione dal celibato dei preti o della ordinazione dei viri probati, degli sposati che danno buona testimonianza. E' lecito, è cristiano lasciare un paese senza la cena santa solo perché che il cuoco non ha il grembiule di ordinanza o non ha fatto il corso ufficiale?

Cercando le Orme di Dio 2005 Indice



Cercando le Orme di Dio di Pietro Antonio Bellina del 2005

01 La tavola è pronta


02 Mandi, Maria

03 Dal luogo al tempo

04 Un friulano in Benecija

05 Un chicco di frumento nel deserto

06 Se tu strappassi i cieli

07 La consolazione di Dio

08 Figli del concilio

09 Nella miseria di ogni uomo

10 La confessione dal abbé Pierre

11 La tavola è pronta