sabato 2 aprile 2011

13 Il regalo più grande


13 Il regalo più grande

Nella mia vita ho ricevuto pochi regali. Questo lo consideravo un male fino a che non ho visto la generazione d’oggi, tanto colma di regali da non riuscire più a goderli e convinta d’essere sempre in diritto di prendere senza mai ricambiare. Da lì l’assuefazione al bene, che ti impedisce di godere, e l’egoismo, che ti desertica il cuore.
Avendo ricevuto pochi regali, ogni volta che qualcuno si ricordava di me era un festa e me li sono segnati nella memoria del cuore.
Ma un regalo forse unico è quello che ho trovato l’altro giorno sulla porta della canonica. Un foglietto d’agenda con scritto sopra: “un pensiero dall’Africa. Mandi. Miriam” e, appoggiato sulla pietra, un mazzo di fiori africani straordinari. Veri, naturalmente.
Per le linguacce spiegherò che Miriam è una persona cara di Villa e che ci conosciamo a causa dei miei poveri libri. È amica anche del prete di Guart ed è stata in Africa nei giorni scorsi assieme a don Lorenzo. Lei aveva il marito e lui aveva una badante guartana che lavorava laggiù.
Dinnanzi a questo regalo il cuore si è annodato. Sia per la finezza del pensiero sia per la fatica nel portarle. Dall’Africa si possono portare qua o rubare molte cose. Ci sono stati quelli che hanno portato via oro o diamanti, legno e avorio e materie prime. Addirittura hanno portato via la gente, nella tragedia della schiavitù. Ognuno porta via ciò che gli sta a cuore, perché è il cuore che ti destina il tesoro, come dice il vangelo (Mt. 6,21). Il cuore di Miriam e di don Lorenzo era legato a un fiore e hanno affrontato le traversie del viaggio per farmi giungere una cosa viva come segno di un amore vivo. Che Dio gliene renda merito.
Il pensiero mi è andato velocemente a ciò che avevo visto in Carnia. Quando, dinnanzi a un malato giunto all’agonia, si andava a prendere a notte fonda l’acqua di una sorgente lontana, che dicevano avesse virtù miracolose. Naturalmente non giovava per il corpo, ma compiva il miracolo nel cuore di chi la donava e in chi la riceveva. O quando prendevano dalla dispensa o dalla cantina una rarità per offrirla.
I regali devono essere costosi, altrimenti non sono regali. Ma devo costare vita, non soldi, altrimenti non partono dal cuore e non giungono al cuore, in più devono contenere in sé qualcosa della persona che li regala. Per cui varrà sempre più una cosa genuina che una falsa, una cosa viva che una morta, una cosa nostrana che una forestiera. E una parola varrà più di una cosa. E una lacrima più di una parola.
Per questo io chiedo che i friulani regalino qualcosa del loro e di loro, per onorare sé stessi e l’ospite. E i primi regali sono quelli della lingua, della liturgia, della musica, della filosofia, della fantasia, dell’ingegno, dei costumi. Per onorare lo straniero dobbiamo esibire le nostre cose. E nessuna legge di ospitalità può obbligarmi a rinunciare alla mia anima per favorire il forestiero. E se uno straniero viene di prepotenza e senza educazione, ho il diritto di non aprirgli la porta del mio cuore e di non privarmi dei miei tesori. Ha il diritto di venire a sostentarsi da me, ma non di rapinarmi o assassinarmi.
Cristo ha donato al mondo la sua genuinità e ci ha salvati rimanendo ciò che era. Riuscirà la Chiesa ad avere tanta intelligenza e coscienza di rispettarci e invogliarci a pregare, cantare, restare nel nostro clima culturale e religioso? Per poter offrire al mondo il nostro fiore, piccolo o grande ma sicuramente unico.
Solo un popolo vivo può fare doni vivi e solo un regalo vivo si può chiamare regalo.

sabato 19 marzo 2011

12 A scuola di Dio nell’orto


12 A scuola di Dio nell’orto

Se tutte le strade conducono a Roma, immaginarsi se si può mettere un limite alle strade che Dio adopera per arrivare a noi. Per lo stessa motivo, sono innumerevoli le “strade” che conducono a Dio. Perciò dico che la più giusta è quella che mi fa giungere più vicino a lui. Direi che ogni creatura ha una sua strada, come ogni creatura è la sua strada.
Questo, dovremmo tenerlo sempre a mente, soprattutto noi preti e più in alto, che abbiamo il vizio di parlare a tutti e di sconfinare parecchio nella stratosfera dei principi. Io l’avevo già compreso in teoria, ma la prova l’ho avuta da quando ho preso alloggio a Basagliapenta, dove il paese è piccolo e le persone forse sono come dappertutto ma la canonica è grande e soprattutto ha un pezzo splendido di terra, con tanto di cortile, orto e giardino. E lì vado a scuola ogni giorno. I miei banchi sono i strops e i miei libri sono le piante.
Cosa c’è di strano? Non ha detto anche il Signore che parola di Dio è semente (Lc 8,11)? Io preferisco il mio orto e auguro a ogni prete e operatore pastorale e persona con responsabilità educative di avere questa fortuna.
Iniziamo allora con la lezione. Prima di tutto il terreno, che non è omogeneo. Ce ne sono di più grassi, di più magri e sono adatti tanto gli uni che gli altri. Basta saper piantare le piante giuste nel terreno adatto. Poi ci sono i terreni di montagna che non sono, per fortuna uguali a quelli di pianura. Da ricordare nei piani pastorali diocesani o internazionali. In seguito vengono le piante. Ce ne sono di ogni colore e forma, di ogni gusto e misura. L’orto più bello è quello che ha più varietà e il giardiniere più bravo è quello che riesce a trovare per ogni pianta il suo posto adatto e a dargli la sua porzione di sole e di acqua.
Già, perché tutte le piante si nutrono, ma una di più e una di meno. E con la stessa quantità di sostentamento (acqua, sole, concime), una può avere il colesterolo troppo alto e una deperire.
Ci sono piante grasse e piante magre, piante che sarebbero sempre ubriache e piante che non sopportano di rimanere con il vestito strafondo. Ci sono fiori che fiorsiscono al primo sole, altri che fioriscono in piena luce e quelle che si accontentano degli ultimi raggi di sole. Per non parlare di quelle che fioriscono al buio e hanno il colore del sangue e del dolore. Fiori che fioriscono ogni mese e fiori che sbocciano una volta l’anno o nemmeno quella e solo per un attimo. Sono i più belli.
Fiori e piante a ogni stagione, perché non esiste una stagione sterile, come non esiste una tutta fiorita. Come le stagioni della vita. E anche nell’orto accade come nei casi della vita: ci sono le bufere e le intemperie e tutto sembra morto, ma si riprendono, perché la terra ha una grande forza e un forte istinto vitale.
Tutto quello che si semina nasce, o quasi tutto, ma quando vuole lui ed è il suo momento. Né prima, né dopo.
Chissà se quelli che fanno tanti proclami, giusti in teoria e sulla luna, ma sbagliati nella pratica, sono mai stati a guardare un aiuola? Qual'è la pianta “secondo natura”? Quella che ha trovato il suo equilibrio (non il mio o quello delle altre piante) e riesce a fornire il mondo con la sua bellezza. E il giardino “secondo natura” non è quello che salva i principi della botanica, magari restando senza nulla, ma quello che riesce ad avere un bel giardino o orto, dove ogni pianta loda il Signore a suo modo.

domenica 13 marzo 2011

11 Il fiore della Quaresima.


11 Il fiore della Quaresima


Siamo giunti al tempo della Quaresima, quello che ai vecchi richiama le aringhe e la Via crucis e ai giovani poco o nulla. Ma rimane comunque un periodo importante perché la Quaresima riflette la luce della Pasqua e dunque è un tempo estremamente “positivo”, vivo, stimolante.
Una certa tradizione ha fatto di questo periodo della vita un periodo di spavento, con i suoi giudizi, con giudizi sempre pronti e l’inferno spalancato. E tanta povera gente, già tormentata quaggiù, doveva sudare freddo anche a causa della vita di lassù, per qualche peccato, in cui si sa che era più facile incappare. Non è onesto spaventare le persone già spaventate. Come non è serio contrapporre questa vita, come brutta e sporca, e da evitare, a quella da preferire eterna e più appetibile.
Per dare un senso, anche esteriore di austerità, la Chiesa inizia la Quaresima con le Ceneri, senza fiori e con il prete vestito di color viola.
E mentre stavo indossando la pianeta viola, il pensiero mi è volato attraverso la finestra ed è atterrato in un angolo dell’orto, dove poc’anzi avevo trovato la prima viola dell’anno. Perché a me il viola della chiesa richiama proprio la viola, quel fiorellino timido che spunta in mezzo all’erba, nel primo tepore e mi dice che l’inverno sta finendo e la primavera è già pronta.
Vogliamo allora dare alla nostra Quaresima il sapore della viola? Come la viola rompe la sensazione di morte dell’inverno, così la Quaresima è il primo segnale di quella primavera del tempo e dell’eternità che si chiama Pasqua. E difatti la Pasqua non cade durante la sagra della natura e della vita? Dunque non Quaresima come fuggire da questo mondo, ma portare un segnale di vita, un’inversione di marcia. E il cristiano che vive la Quaresima è il più impegnato e attivo, innamorato del mondo e della storia.
Guardiamo le qualità di questo fiorellino benedetto. È piccolina, umile, senza difese, nascosta. Non fa clamore o colpo, e solo un occhio attento può accorgersi della sua presenza. Non fiorisce per essere guardata, altrimenti starebbe più in vista o sarebbe più colorata o più grande. Fiorisce per sé stessa, per fornire il mondo, per rispondere alle leggi della vita che le fa aprire gli occhi.
Perché i cristiani vanno sempre alla ricerca, magari a fin di bene, di un intento in ciò che compiono? Perché non riescono ad acquistrare il piacere della gratuità? Perché non si accontentano di consolare l’occhio di Dio, senza campagne e conquiste?
Della viola mi piace anche un’altra cosa. Basta trovarne una sola per dire che la vita ha vinto sulla morte. I fiori, come tutte le cose preziose, non vanno misurate a quintali o a migliaia. Sono le zucchine o le patate che vanno pesate a chili o a quintali. Che stonatura parlare di 800.000.000 di cristiani. È possibile? È realistico?
La viola deve affrontare anche lei paure e tentazioni, come Cristo nella sua Quaresima. La tentazione di rimanere nella sicurezza della sua terra, la paura del freddo, del ghiaccio, di quel ventaccio di febbraio, d’essere calpestata da qualche piede distratto. Eppure compie il passo, fiduciosa, e affronta l’avventura della vita. Così devono fare i cristiani.
Camminiamo allora verso Pasqua con occhio aperto sul mondo: all’orto da arare e seminare, al lavoro da compiere, la luce aumenta, le gionate si allungano. Se riusciremo ad avere, a Pasqua, un’armonia fra i fiori dell’orto e le virtù del cuore, oh che bella Pasqua! Se invece dovesse restare come ricordo solo un bidone di scatolame pesante, che occasione sprecata!
Buona Quaresima, allora, assieme alla viola e come lei.

sabato 12 febbraio 2011

10 Troppi aggettivi vanificano la sostanza


10 Troppi aggettivi vanificano la sostanza x



Le “informazioni ecclesiastiche”mi hanno avvertito degli appuntamenti della vita diocesana. Il 2 febbraio è stata la giornata dedicata alla vita consacrata, cioè alle monache; l’11 febbraio, la Madonna di Lourdes e il Concordato poi c’è la giornata per i malati; in Quaresima si deve insistere sull’identità cristiana della famiglia friulana.
A dire la verità, questi sussidi mi aiutano solo ad arrabbiarmi. Prima di tutto perché mi tolgono la ricerca originaria e primaria del mistero liturgico, che viene utilizzata e banalizzata. E poi perché mi danno l’idea di un assalto del mondo cattolico per mettere etichette ovunque, col rischio che i troppi aggettivi tolgano tutta la vigoria del sostantivo. Perché la vera forza dovrebbe averla il sostantivo e non l’aggettivo, che segue. Ma forse è meglio passare al concreto.
Quando mi parlano di vita “consacrata”, riferita al religioso, mi fanno nascere il dubbio che possa esistere anche una vita non consacrata e che gli sposati valgano di meno. Così quando mi organizzano la giornata del malato, mi fanno dubitare che un malato non cattolico valga di meno e che il soffrire, già problematico e santo di per se stesso, abbia bisogno di una qualificazione confessionale.
Questo vizio di cattolicizzare tutto si trova anche negli oraganici diocesani e sovradiocesani. Così abbiamo medici cattolici, infermieri cattolici, universitari cattolici, maestri cattolici, professori cattolici, imprenditori cattolici, scuole cattoliche, volontari cattolici, esploratori cattolici, ospedali cattolici, stampa cattolica, senza contare le diramazioni all’interno di ogni movimento. Ma i cattolici hanno fatto di più e di peggio: hanno anche realizzato un partito cattolico e addirittura la banca cattolica. Con il risultato che hanno ottenuto un paese dei meno cattolici al mondo, almeno nelle scelte di fondo. Questo significa che tutte queste etichette o nascondono il vuoto, e dunque sono inutili, o servono solo al cristiano in piccole mafie, naturalmente “cattoliche”, e questo è pericoloso.
Smettiamola quindi di essere nominalisti, col gusto per gli aggettivi e le speculazioni, per ritornare al piacere per la sostanza, meno infiocchettata, ma più genuina.
E iniziamo a farlo con il linguaggio, che è sempre il riflesso di un pensiero. Finiamola allora di parlare di vita consacrata e parliamo solo di vita, laddove ogni espressione e diversificazione è sacra. Lasciamo stare anche la sofferenza cattolica, per rispettare e onorare il mistero della sofferenza, che ha sempre collegamento al sacrificio di Cristo. Che non si è mai sognato di darsi qualifiche (era maestro, non maestro cattolico) essendo lui puro sostantivo, anzi la Sostanza del Padre.
Così non parliamo dei cristiani “adulti”. O sono cristiani o non sono nulla. Finiamola anche con la ”Sacra Famiglia”. Basta “famiglia” , dal momento che la famiglia è sempre un sacramento di Cristo, in forma più o meno coerente e palese. Così lasciamo perdere il “Santo Padre”, dal momento che la paternità è già santa se è autentica. Se non è autentica non basta un aggettivo per santificarla.
Per la mia piccola comunità di Basagliapenta (e ognuno lo faccia per la sua) , chiedo che abbia sempre meno aggettivi e più sostantivi, che sia sempre meno sacrale e più santa, nel senso di genuina, che trovi la sua dignità a livello naturale prima che sacrale o confessionale. Perché la natura viene prima della grazia e sostiene la grazia. Lo ha detto uno che aveva una pancia grande, una testa fine e un cuore splendido: san Tommaso. Dunque bramo e prego di avere solo un paese e una chiesa. Senza aggettivi che invece di qualificare rischiano di squalificare.

sabato 5 febbraio 2011

09 Madonna Candelora: festa di tutte le età


09 Madonna Candelora: festa di tutte le età della vita.

Come tutte chiese del mondo, anche noi dobbiamo celebrare la festa della Madonna Candelora, a coronamento e completamento del mistero del Natale.
Mentre cantavo il vangelo, così splendido che narra del regalo e della sacralità della vita di Cristo, come rovina e resurrezione e simbolo di contraddizione, di Maria trafitta con la spada nel cuore, quel cuore che come un’ arca racchiudeva tutti questi misteri, dal vecchio Simeone che chiedeva il permesso di andarsene dopo aver visto la salvezza, di Anna, vedova per tutta una vita trascorsa in chiesa, mi sentivo proprio come l’asino di Buridano: non sapeva da che cosa iniziare. Ci sono momenti nella liturgia in cui è meglio tacere. E fare un raffronto interiore, un’attualizzazione fra il mistero della liturgia e il mistero della vita.
Così per un attimo ho dimenticato la maestà di Gerusalemme e del suo tempio, e mi sono fermato e umiliato della mia comunità così povera, l’ultima del comune di Basiliano, che si ricorda di noi solo per la vaccinazione dei cani, con le tasse e le schede elettorali. Ma anche noi, nella nostra povertà, abbiamo tutti gli ingredienti del vangelo di Luca.
Abbiamo i bambini, non tanti a dire il vero, che affrontano il viaggio lungo e ingarbugliato della vita partendo dal tempio, dal battesimo, dalla religione cristiana. Abbiamo anche qualche genitore che prima li porta, quando sono piccoli, e poi li accompagna, quando crescono in età e in birbanteria. Abbiamo madri col cuore sanguinante e padri carichi di preoccupazioni. Abbiamo qualche Simeone e un enorme quantità di vedove, tutte al di sopra degli ottanta anni d’età, che hanno dovuto farsi forza e affrontare la vedovanza con la pensioncina che lo stato passa loro, con qualche pettegolezzo riguardo i fatti del paese e con la messa mattutina, come Anna nel tempio.
Nel tempio della nostra comunità abbiamo tutte le età, come nel vangelo della presentazione. Ognuna con le sue soddisfazioni e ognuna con i suoi problemi. L’importante è che ognuna faccia il suo dono al Signore: i bambini regalano la loro innocenza e la giornata che li attende, i grandi donano le soddisfazioni e le preoccupazioni della famiglia e del lavoro, gli anziani offrono il lavoro di una vita, inoltre le preghiere e i dolori fisici, la loro esperienza e la loro sapienza. Gli anziani che spesso si trovano in un mondo così confusionario parlano come san Simeone: “Signore, lascia andare a riposare anche me”.
Benedetto il grande tempio di Basagliapenta, dove ogni persona cerca d’essere una candela, difatti la candela riveste mille significati, uno più bello dell’altro. Si consuma dando vita agli altri: è bella da nuova ma più utile e cara man mano che si consuma. È fabbricata con la cera delle api, che la producono bottinando i fiori più profumati e freschi,a differenza delle mosche, condannate a vivere nello sporco e nel letame.
La preghiera che ripeto ogni anno in questa giornata è di poter avere una comunità di api che si nutrano con le cose positive della vita, non di mosche rabbiose e sporche, che possano essere vitali da quando aprono gli occhi fino a che avranno stoppino e cera; che la nostra comunità possa godere dei doni specifici e preziosi di tutte le età della vita. Perché la Candelora è la festa della famiglia, dei bambini, dei genitori e dei nonni. Non si può banalizzarla tramutandola nella festa delle monache, come si fa a Udine.
Queste vanno ricordate, lodate e ringraziate in un’altra occasione.

venerdì 4 febbraio 2011

08 Natale: poteva non venire a trovarci?


08 Natale: poteva non venire a trovarci?

Con questi miei ragionamenti, o vaneggiamenti, senza alcun ordine liturgico o logica, ma solo con l’intento di farmi luce col lume della Parola, sono giunto al mistero del Natale. Dei rapporti fra Dio e l’uomo, di un’offerta fatta e non accettata, di un estremo bisogno che Dio venga a portare la salvezza e di un istinto non meno forte di chiudere la porta.
Questa conflittualità la descrive molto bene il vangelo del Verbo, durante la messa Grande (Gv 1-18). Un contrasto fra luce e buio troppo netto per non pensare che sia forzato, come una tesi da dimostrare. La tesi di esaltare Dio e il suo amore, e questo non mi dispiace, e l’antitesi di incolpare l’uomo e la sua cattiveria cronica, e questo non lo accetto. Se l’uomo è sporco, cieco, ingrato, stupido, carogna, chi l’ha fatto così? Non poteva farlo meglio? I teologi dicono che l’uomo è libero. Ma se è libero solamente di continuare ad assassinarsi, che libertà ha? E questa libertà, è un regalo o una condanna?
Per questo non accetto più certe prediche natalizie riguardo a un Dio sfortunato che scende e trova tutto chiuso e certe invettive contro l’uomo che si serra col chiavistello, per non lasciare entrare Dio, la sua luce, la sua grazia. E quindi grandi pianti su Dio, povero, invece di piangere sull’uomo, ancora più povero.
Non si onora il padre e la madre parlando male del loro figlio, perché non è un onore per i genitori avere un figlio stupido e ubriacone o vagabondo. Casomai avranno il dubbio di aver fatto bene a concepirlo. Il male che c’è nel mondo non rappresenta il fallimento dell’uomo, o non solo il suo, ma innanzitutto il fallimento di Dio. Ricordiamocelo, prima di sparare scemenze a raffica.
Ho riflettuto molto su questo mistero del Natale e ho concluso che Dio non ha fatto proprio nulla di speciale venendo nel mondo. Ha semplicemente fatto ciò che ogni genitore assennato compie dinnanzi a un figlio che patisce e ha necessità.
Cristo ha trovato chiusa la porta della locanda. Ma quanta gente, anche e soprattutto al giorno d’oggi, trova tutte le porte sprangate? I suoi familiari non lo hanno accettato. Ma quanti genitori, dopo essersi lambiccati una vita intera, si trovano su una strada, senza un affetto, senza gratitudine, senza nulla? Cosa dire di quei genitori che addirittura rischiano di essere uccisi dai propri figli?
Per questo dico che Cristo, se è il padre, non ha compiuto nulla di straordinario, venendo a vedere di noi. Lo fa qualunque madre friulana, o italiana, anche se non frequenta la messa, nei confronti di un figlio malato, drogato, disordinato, solo. E non si reca a casa del figlio per ricevere complimenti, ma per portargli il conforto e l’aiuto della sua presenza. E quando aprendo la porta scorge tutto quel disordine, non inizia a inveire contro il proprio figlio ma si arma di scopa, straccio e acqua e inizia a pulire. Poi accende il fuoco, e prepara del cibo caldo e si siede accanto al figlio per servirlo. Perché è suo figlio, lo ha partorito lei e si sente in qualche modo responsabile delle sue pene.
Se Dio è buono, se il mondo è casa sua, non c’è nulla di cui meravigliarsi nel fatto che sia venuto a vivere con noi. Ci sarebbe stato da meravigliarsi che non l’avesse fatto.

07 Ogni età è buona per partorire


07 Ogni età è buona per partorire


Si sta parlando parecchio a riguardo di quelle donne che vogliono avere un figlio a sessant’anni. Le chiamano le “madri-nonne”.
Non voglio entrare in merito a questo garbuglio. Dico solo che Elisabetta, moglie di Zaccaria e cugina della Madonna, era una “mamma-nonna”. Come sua zia Sant’Anna e altre sante che la Scrittura ricorda e loda.
La notizia che Elisabetta era in cinta la porta l’angelo Gabriele. Dice a Maria: “Ecco che Elisabetta, tua parente, è rimasta anche lei incinta di un bambino, sebbene sia anziana, e che tutti la credevano oramai sterile è già al sesto mese.”
Mi immagino questa donnina o donnona, tutta spasimata per la nuova vita che porta in grembo, rossa di contentezza e imbarazzata dalla vergogna, perché, come dice il proverbio popolare, ogni frutto è buono nella sua stagione, verità ribadita da quel grande prontuario di sapienza che è il Qoelet: “per tutto c’è il suo momento, un tempo per ogni cosa sotto il cielo: un tempo per nascere e un tempo per morire.”
Solo che io mi pongo una domanda: “Esiste una stagione della vita che è sterile? Si può vivere senza partorire?
La natura può porre un confine alla generazione fisica, ma credo che in ogni stagione della vita una persona ha diritto e il dovere del concepimento e del partorire. Non possono esistere stagioni sterili. Altrimenti si è morti prima di morire. Altrimenti viene a mancare, nel mondo, il regalo prezioso, collaudato degli anziani. Una vita tutta gioventù, primavera, solarità, vivacità, non solo non è possibile ma sarebbe banale e povera. Il giovane è giovane perché c’è gente più anziana di lui. La bellezza della primavera, con i suoi limiti, si può godere, solo perché esiste anche la stagione dell’autunno e dell’inverno, con i suoi vantaggi. Questo dobbiamo dirlo forte.
Mi innervosiscono certe campagne, anche cattoliche, certe “scommesse sui giovani” dove sembra che la briscola l’abbiano solo loro e mancando i giovani muoia tutto. I giovani non sono tutto e soprattutto non vanno staccati dai vecchi. Per completezza della vita.
Le mie vecchine, di “durante tutta la settimana”, mi fanno ogni giorno il regalo della loro presenza e della loro preghiera, non sono meno importanti, dal punto di vista pastorale, dei bambini e dei giovani. Vanno trattate con cura, affetto e attenzione. Non solo perché hanno più bisogno di una parola, ma per il fatto che hanno più tempo e disponibilità per offrire la loro sapienza e aggiungerei, il loro ottimismo. Ci sono vecchi bavosi, come ci sono bambini maleducati e giovani ignoranti, ma ci sono donne e uomini, anche che hanno superato l’ottantina d’età, con una carica vitale, un’ironia e una finezza che i giovani non possiedono. Un capitale che non possiamo permetterci di sprecare.
Naturalmente ciò che vale per persone in età, vale anche per le culture, i paesi, per il patrimonio architettonico, iconografico, musicale, letterario, per tutte le cose “vecchie”, che vecchie non sono, e che una moda pseudo-giovane spesso mette da parte. Là, dove il danno più grande lo ha subito la cultura giovane, condannata alla sterilità. Sono i dispetti di Dio, lui che chiude prima dell’ora il grembo dei giovani e fa fiorire il grembo degli anziani. Per dimostrare non solo che “non c’è nulla che Dio non possa fare” ma che sterilità e vita non vanno d’accordo in nessun tempo e in nessuna stagione.